L’economia globale ha un tallone d’Achille che non è una capitale né una borsa finanziaria, ma un corridoio d’acqua largo poco più di trenta chilometri in cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Lo Stretto di Hormuz oggi è di nuovo al centro dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con Israele sullo sfondo operativo e strategico, e la sua eventuale chiusura non è una minaccia teorica ma una leva concreta che può far saltare mercati, rotte commerciali e equilibri politici nel giro di pochi giorni. Per capire perché, bisogna fare un passo indietro molto più lungo delle cronache di guerra e arrivare a una storia che comincia centinaia di milioni di anni fa, quando non esistevano né Stati né confini, ma solo masse continentali in movimento.
Quella che oggi chiamiamo regione del Golfo Persico è il risultato di una combinazione geologica quasi irripetibile. Circa 250 milioni di anni fa, tra i grandi blocchi della Laurasia e del Gondwana si estendeva un oceano caldo, il Mar Tetide, un ambiente ideale per la proliferazione di vita marina. Nel tempo, il continuo alternarsi di avanzate e ritiri delle acque ha creato spessi strati di sedimenti, mentre enormi quantità di materia organica si depositavano sul fondo in condizioni di scarsa ossigenazione. In questo contesto, i resti di plancton e alghe non si decomponevano completamente ma si trasformavano in cherogene, la sostanza da cui, sotto pressione e calore, nascono petrolio e gas naturale.
Qui entra in gioco un secondo elemento decisivo, la struttura delle rocce. I calcari del fondale, rimasti sorprendentemente porosi nonostante la pressione, hanno funzionato come una rete di cavità in grado di accumulare idrocarburi. Sopra di essi, strati impermeabili di argilla e sale hanno agito da sigillo naturale, impedendo al petrolio di disperdersi. Il risultato è stato un sistema perfetto di trappole geologiche, ulteriormente modellato dalla collisione tra la placca araba e quella asiatica, che ha dato origine alla catena degli Zagros e a una serie di pieghe, le anticlinali, dove si concentrano i grandi giacimenti.
Questa sequenza di eventi spiega un dato che continua a pesare sulla politica mondiale. I paesi che si affacciano sul Golfo Persico detengono oltre la metà delle riserve petrolifere globali e una quota enorme di gas naturale, una concentrazione che non ha equivalenti altrove. Non si tratta di una distribuzione casuale delle risorse, ma dell’esito di condizioni ambientali e tempi geologici che hanno lavorato insieme per decine di milioni di anni. Quando l’industria moderna ha iniziato a estrarre questi combustibili, ha trovato un patrimonio già pronto, accessibile e facilmente trasportabile via mare.
Ed è qui che la geologia incontra la geopolitica. Il Golfo Persico è un bacino relativamente poco profondo, ideale per le attività offshore, e si apre verso l’Oceano Indiano attraverso un unico passaggio stretto, lo Stretto di Hormuz. Questa configurazione concentra il traffico marittimo in un punto obbligato, trasformandolo in un choke point strategico. Ogni petroliera che esce dai porti di Arabia Saudita, Emirati, Kuwait o Iraq deve attraversare quel corridoio, e questo conferisce all’Iran, che controlla la sponda settentrionale, una capacità di pressione fuori proporzione rispetto alle sue dimensioni economiche.
Negli ultimi anni, e ancor più nelle fasi di tensione aperta, Teheran ha più volte mostrato di poter interferire con la navigazione, attraverso attacchi, sequestri o semplici minacce. Il rischio non riguarda solo l’approvvigionamento energetico, ma la stabilità dei prezzi, le catene di produzione e, a cascata, l’intero sistema economico globale. Quando si parla di Hormuz, si parla di una linea di faglia che unisce geologia, energia e potere politico in un unico punto sensibile.
In questo senso, l’attuale crisi non è un’eccezione ma l’ennesimo capitolo di una lunga storia. Il petrolio del Golfo ha alimentato la crescita industriale del Novecento e continua a sostenere gran parte dell’economia mondiale, anche mentre si discute di transizione energetica. La velocità con cui queste risorse vengono consumate, rispetto ai tempi lunghissimi della loro formazione, aggiunge un ulteriore elemento di tensione. In poco più di un secolo, l’umanità ha iniziato a svuotare depositi che hanno richiesto decine di milioni di anni per formarsi.
Lo Stretto di Hormuz, in fondo, è il punto in cui tutto questo si condensa. Non è soltanto un passaggio marittimo, ma il risultato visibile di una catena di eventi che parte dalle profondità della Terra e arriva fino alle decisioni dei governi e ai prezzi alla pompa. Ogni crisi che lo riguarda riporta alla luce una verità semplice e scomoda, cioè che una parte decisiva del nostro sistema economico dipende ancora da un equilibrio fragile, costruito su basi antichissime e controllato da pochi attori. E finché questo equilibrio reggerà su uno spazio così ristretto, ogni conflitto locale avrà inevitabilmente conseguenze globali.
Stretto di Hormuz, il passaggio che tiene in ostaggio il mondo