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Hormuz, la mossa dell’Iran che rischia di svuotare il suo potere

Il blocco dello Stretto colpisce i mercati ma accelera le alternative energetiche globali: così Teheran potrebbe aver innescato il proprio indebolimento strategico

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Hormuz, la mossa dell’Iran che rischia di svuotare il suo potere

Nonostante il successo immediato, la mossa dell’Iran nello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in un boomerang strategico. Il blocco ha funzionato nel breve periodo: ha colpito i mercati, ha interrotto flussi energetici cruciali e ha dimostrato che Teheran possiede ancora una leva capace di incidere sugli equilibri globali. Ma proprio questa dimostrazione di forza ha innescato una dinamica opposta, destinata a ridurre nel tempo il valore di quella stessa leva. Come scrive Jonathan Adiri su Ynet, è un meccanismo già visto: quando un attore sfrutta in modo aggressivo una posizione dominante, accelera la ricerca di alternative e quindi il proprio declino relativo.

Per chiarire questo punto, Adiri — imprenditore israeliano nel settore sanitario digitale ed ex consigliere di Shimon Peres, entrato all’università a soli 14 anni d’età e laureato con il massimo dei voti — richiama il confronto con altri passaggi strategici globali, come il Canale di Suez, il Canale di Panama e lo Stretto di Malacca.

Questi sono veri colli di bottiglia del commercio mondiale: rotte obbligate che collegano oceani e continenti e che, se bloccate, paralizzano intere catene logistiche senza alternative reali. Hormuz, invece, è strutturalmente diverso: non è un passaggio che deve essere attraversato per forza, ma un punto da cui si esce con una risorsa. Petrolio, gas e prodotti petrolchimici vengono caricati lì per essere poi trasportati altrove. Questo significa che, se si costruiscono infrastrutture alternative o si diversificano le fonti, la sua centralità può essere ridimensionata.

È proprio qui, secondo Adiri, che si annida l’errore iraniano. Rendendo concreto il rischio di un blocco prolungato, Teheran ha costretto il resto del mondo ad agire. E i segnali sono già visibili e concreti. Il primo riguarda gli Stati Uniti, che in pochi anni hanno trasformato la propria posizione da un paese dipendente dalle importazioni energetiche a primo produttore globale di petrolio e gas. Oggi dispongono di una rete crescente di terminali per l’esportazione di gas naturale liquefatto e stanno ampliando ulteriormente la capacità. L’obiettivo è chiaro: diventare il principale fornitore per Europa e Asia, sostituendo progressivamente le forniture provenienti dal Golfo Persico. Dopo aver già rimpiazzato gran parte del gas russo in Europa, Washington potrebbe replicare lo stesso schema nei confronti del gas qatariota, rafforzando la propria influenza economica e geopolitica.

Il secondo processo riguarda le infrastrutture alternative nel Golfo. Adiri sottolinea come, già nei primi giorni della crisi, l’Arabia Saudita sia riuscita a limitare l’impatto del blocco attivando pienamente il suo oleodotto Est-Ovest, lungo oltre mille chilometri, che collega i giacimenti del Golfo al Mar Rosso. Quella che sembrava una capacità limitata si è rivelata molto più ampia, fino ad arrivare a diversi milioni di barili al giorno. A questo si aggiunge il sistema degli Emirati Arabi Uniti, che consente di esportare petrolio attraverso porti al di fuori dello Stretto. Insieme, queste infrastrutture coprono già una parte significativa dei flussi normalmente concentrati su Hormuz, e nuovi progetti sono pronti a raddoppiare questa capacità nei prossimi anni.

Un terzo elemento, più strutturale, riguarda la trasformazione del sistema energetico globale. La crisi ha accelerato il ritorno dell’energia nucleare nel dibattito politico, soprattutto in Europa e in Asia orientale. Governi che fino a poco tempo fa erano prudenti o contrari stanno ora investendo in reattori di nuova generazione, considerati essenziali per garantire sicurezza energetica e indipendenza. Questo cambiamento, se consolidato, ridurrà ulteriormente la dipendenza da rotte instabili e vulnerabili come quella di Hormuz.

Adiri introduce anche una valutazione economica che ridimensiona i benefici per Teheran. Anche ipotizzando l’introduzione di tariffe sul passaggio di petrolio e navi, i ricavi annuali sarebbero relativamente limitati rispetto alle dimensioni dell’economia iraniana e, soprattutto, ai costi della crisi. I danni alle infrastrutture energetiche, le perdite accumulate negli ultimi anni e l’isolamento internazionale pesano molto di più di eventuali entrate derivanti dal controllo dello Stretto. In sostanza, si tratta di un guadagno tattico modesto a fronte di un prezzo strategico elevato.

Il risultato è un paradosso difficile da ignorare. L’Iran ha dimostrato di poter colpire un punto sensibile del sistema globale, ma proprio questo colpo sta spingendo il mondo a riorganizzarsi. Nuove rotte, nuove fonti, nuove tecnologie: ogni crisi accelera il processo. Se queste tendenze continueranno, la leva di Hormuz potrà perdere gran parte del suo valore in pochi anni. E quella che oggi appare come una vittoria rischia di essere ricordata come l’inizio di un declino della capacità di influenza iraniana.Inoltre, potrebbero ridefinirsi alcuni equilibri, con la possibile riapertura dei canali di relazione con Mosca da parte di diversi Paesi. Non sono parole casuali quelle dell’addi Eni Claudio Descalzi: “Sul gas penso sia necessario sospendere il bando che scatterà il 1° gennaio 2027”.


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