Home > Focus Iran > Internet spento in Iran. Il regime accelera il collasso economico

Internet spento in Iran. Il regime accelera il collasso economico

Dalle restrizioni digitali alla crisi del lavoro il blocco imposto dagli ayatollah colpisce cittadini e imprese e aggrava l’isolamento del Paese

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Internet spento in Iran. Il regime accelera il collasso economico

La connessione che salta non è solo un fastidio quotidiano ma una linea vitale che si interrompe, e in Iran la scelta del regime di limitare l’accesso alla rete mentre la pressione esterna cresce sta producendo un effetto a catena che attraversa l’intera economia e trasforma una misura di controllo politico in un acceleratore di crisi. Nel mezzo di tensioni internazionali e di un blocco marittimo che incide sulle esportazioni, la decisione di oscurare Internet alla popolazione finisce per colpire le stesse basi produttive del Paese.

Teheran ha costruito negli ultimi anni un sistema di restrizione digitale sempre più capillare, fatto di interruzioni della rete, filtri sui social e sorveglianza costante delle comunicazioni, con l’obiettivo di prevenire mobilitazioni e mantenere il controllo sull’opinione pubblica. Questa architettura, che ricorda un vero e proprio assedio digitale, sta però mostrando il suo lato più fragile nel momento in cui l’economia dipende sempre di più dalla connettività globale. La chiusura verso l’esterno, anziché proteggere il sistema, lo rende più vulnerabile.

Il mercato nero dei VPN racconta bene la distorsione in atto. I prezzi per accedere a reti virtuali private sono aumentati rapidamente, mentre le autorità continuano a perseguire chi tenta di aggirare i blocchi, sia attraverso questi strumenti sia tramite connessioni satellitari come Starlink, formalmente vietate nel Paese. In parallelo, una parte dell’élite politica utilizza canali privilegiati, le cosiddette SIM non registrate che consentono un accesso pieno alla rete globale, creando una frattura evidente tra chi può lavorare e comunicare e chi resta isolato.

Le conseguenze economiche emergono con chiarezza nelle prese di posizione delle associazioni di categoria. L’associazione del commercio elettronico di Teheran ha denunciato un sistema che, a loro giudizio, sfrutta un bisogno essenziale dei cittadini e rischia di compromettere infrastrutture costruite in anni di sviluppo. Il settore digitale, che rappresentava uno dei pochi spazi di crescita relativamente autonomi, si trova improvvisamente senza strumenti.

Le storie individuali danno misura della caduta. Un professionista della pubblicità, citato da Ynet, racconta di aver visto i propri guadagni ridursi quasi a zero, perché i clienti rifiutano di investire in contenuti destinati a piattaforme come Instagram, di fatto irraggiungibili per gran parte del pubblico. Un programmatore spiega di aver perso il lavoro quando il telelavoro è diventato impraticabile, e descrive una sensazione diffusa tra i colleghi, quella di un futuro che si restringe fino a spingere molti a pensare di lasciare il Paese.

Nelle strade della capitale il cambiamento è visibile anche senza dati macroeconomici. I venditori ambulanti occupano sempre più spazio lungo le arterie commerciali, segno di un arretramento che colpisce il lavoro qualificato e spinge verso forme di sopravvivenza informale. La perdita di reddito si intreccia con un aumento del costo della vita e con la difficoltà di accedere a servizi ormai considerati essenziali.

Sul piano internazionale, la pressione resta alta. Le autorità statunitensi intensificano le operazioni contro il trasporto di petrolio iraniano e contro i flussi legati alla ricostruzione, mentre analisti come Ron Ben-Yishai sottolineano il rischio che, in assenza di sbocchi per l’export, la capacità di stoccaggio si saturi rapidamente, costringendo a fermare la produzione con effetti duraturi sui giacimenti. Anche il settore petrolchimico risente delle restrizioni, limitando ulteriormente le possibilità di diversificazione commerciale.

In questo scenario, le alternative restano marginali. I corridoi terrestri e i collegamenti attraverso il Mar Caspio verso la Russia possono assorbire solo una parte ridotta dei volumi, e non compensano la perdita delle rotte principali. Il risultato è un sistema che si chiude sempre di più mentre avrebbe bisogno di aperture, e che finisce per pagare il prezzo di una scelta politica che privilegia il controllo immediato rispetto alla sostenibilità nel tempo.