Il sistema regge ancora, ma sotto la superficie si muove una pressione che rischia di diventare ingestibile, perché la crisi economica iraniana ha smesso di essere un problema strutturale e si è trasformata in un’emergenza quotidiana che colpisce il punto più sensibile, l’accesso alle cure, mentre la valuta perde valore a una velocità che rende ogni previsione inutile e ogni stipendio insufficiente.
Nel giro di poche settimane il prezzo dei farmaci essenziali ha registrato aumenti che in molti casi superano il raddoppio e in alcuni arrivano fino al 380 per cento, secondo un’indagine citata da Iran International su circa duecento prodotti. Il dato si traduce in scelte concrete e spesso drammatiche, con pazienti costretti a rinunciare alle terapie o a diluire le dosi per far durare più a lungo le prescrizioni. Anche i medicinali di base seguono la stessa traiettoria, mentre integratori e vitamine hanno visto rincari che superano il 200 per cento, segno che la crisi non riguarda solo trattamenti complessi ma l’intero sistema sanitario.
Le cifre spiegano bene la dinamica. Le penne per insulina prodotte localmente sono passate in poco più di un mese da circa 205 mila toman (circa 0,30 euro) a 640 mila (circa 1 euro), mentre farmaci importati come NovoMix e NovoRapid hanno raggiunto livelli vicini ai 900 mila toman (circa 1,40 euro). I trattamenti oncologici presentano incrementi ancora più pesanti, con farmaci come il filgrastim che hanno raddoppiato il prezzo, e casi individuali che diventano emblematici quando un paziente racconta di aver visto una terapia passare da 65 milioni di toman (circa 100 euro) a 114 milioni (circa 175 euro) nel giro di poche settimane. Non si tratta di eccezioni ma di una tendenza diffusa che gli stessi farmacisti descrivono come fuori controllo.
Queste cifre, apparentemente contenute se convertite in euro, diventano devastanti nel contesto iraniano: lo stipendio medio mensile si aggira intorno ai 200–400 euro , mentre l’inflazione supera stabilmente il 40% e colpisce beni essenziali anche oltre il 60% . In altre parole, anche pochi euro possono rappresentare una quota enorme del reddito disponibile, trasformando l’accesso alle cure in un lusso sempre più difficile da sostenere. Alla crescita dei prezzi si affianca una carenza sempre più evidente di medicinali essenziali, segnalata in diverse città e in strutture ospedaliere di riferimento, con difficoltà nel reperire farmaci per malattie cardiache, disturbi neurologici e patologie oncologiche. La versione ufficiale cerca di contenere l’allarme, ma anche all’interno del governo si ammette che la combinazione tra inflazione e abolizione dei meccanismi di cambio agevolato ha trasferito sui pazienti il peso della svalutazione, dal momento che gran parte dei costi di produzione dipende ormai dal mercato libero.
Il quadro sanitario si inserisce in una crisi economica più ampia che accelera con il passare dei giorni. Il rial ha superato quota 1,8 milioni per dollaro sul mercato parallelo e ha perso il 13 per cento del proprio valore in appena tre giorni, mentre l’inflazione annua ha raggiunto il 67 per cento a metà aprile. Numeri che descrivono una spirale in cui il potere d’acquisto si erode più velocemente della capacità dello Stato di intervenire.
La guerra e il blocco navale hanno amplificato ogni fragilità. Le prime stime parlano di oltre un milione di posti di lavoro persi direttamente e di un altro milione colpito in modo indiretto, con il rischio concreto che nei prossimi mesi altri due milioni di lavoratori escano dal mercato, soprattutto nel settore privato. In un Paese dove il salario minimo si aggira attorno ai 130 dollari mensili, anche beni alimentari di base diventano difficili da acquistare, mentre intere filiere produttive rallentano o si fermano per la mancanza di materie prime.
Il nodo centrale resta lo stretto di Hormuz e la capacità dell’Iran di esportare petrolio, principale fonte di entrate. La chiusura iniziale dello stretto e la risposta americana con il blocco dei porti hanno ridotto drasticamente i flussi, mettendo sotto pressione un sistema che già prima della guerra si reggeva su equilibri precari. I tentativi di aggirare le restrizioni attraverso rotte alternative nel Caucaso e nel Mar Caspio producono risultati limitati e non compensano la perdita di entrate stabili.
Sul lungo periodo pesa anche il costo della ricostruzione, stimato attorno ai 270 miliardi di dollari, una cifra che si avvicina al prodotto interno lordo annuale del Paese e che rende evidente la dimensione dello sforzo richiesto. In questo contesto, le misure adottate dal governo, tra sussidi, aumenti del salario minimo e utilizzo delle riserve strategiche, appaiono come tentativi di contenimento più che soluzioni strutturali.
Il timore che attraversa i vertici iraniani riguarda la tenuta sociale. Le proteste del passato hanno mostrato quanto rapidamente il malcontento possa trasformarsi in mobilitazione diffusa, e la combinazione attuale di inflazione, disoccupazione e difficoltà nell’accesso ai beni essenziali crea le condizioni perché questo accada di nuovo. Quando anche curare una malattia comune diventa un lusso, la crisi economica smette di essere una questione di indicatori e si trasforma in un fattore politico destinato a pesare sulle scelte del regime nei mesi a venire.