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Iran, guerra senza strategia, tra illusioni americane e crepe nel regime

Negoziati falliti, Trump rinvia e il regime degli ayatollah si mostra diviso. Tra propaganda, interessi e tensioni interne, si apre uno spiraglio incerto per il futuro del popolo iraniano

Francesco Crisafulli

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Iran, guerra senza strategia, tra illusioni americane e crepe nel regime

Abortito il secondo round di negoziati («una perdita di tempo», secondo Teheran, per colpa dell’ostinazione americana su richieste «eccessive») con un regime apparentemente compatto, irremovibile e convinto della sua posizione di vantaggio, il presidente USA Donald Trump, – su richiesta dei pachistani, dice – la ripresa delle ostilità fino a quando la leadership iraniana, oggi «seriamente spaccata», non si presenterà con una proposta unitaria(che è come dire a tempo indeterminato; ora è diventato tre settimane, domani chissà). Nel frattempo, al blocco americano di Hormuz che persiste, si aggiunge quello, prima imposto, poi levato, ora ripristinato, dell’Iran.

Non molto tempo fa, su queste pagine, esprimevo il mio “cauto pessimismo” sull’evoluzione e le prospettive di fine della guerra dal punto di vista delle sorti future del popolo iraniano, la cui liberazione dal sanguinario regime degli ayatollah aveva fornito a Trump (e Benjamin Netanyahu, in minor misura) la scusa morale per dare inizio alle ostilità. Ribadisco oggi, come già scrissi allora, che legittimamente Israele persegue l’obiettivo prioritario della propria sicurezza, e che altrettanto legittimamente gli Stati Uniti perseguono i loro obiettivi, largamente condivisibili se si parla di equilibri nella regione mediorientale, di ridimensionamento di una minaccia esistenziale per l’intera regione (non solo per Israele, ma anche per il Libano, per Gaza, per i Paesi del Golfo); meno se si tratta di propaganda a fini di politica interna o di interessi economici americani o, più probabilmente, personali e familiari di Trump.

Ho avuto la soddisfazione di trovare un’eco al mio cauto pessimismo nel reel di Rayhane Tabrizi su Setteottobre. Poi, appena pochi giorni fa, ho avuto con lei una lunga, proficua ed istruttiva conversazione, di immenso interesse ma troppo lunga per essere riprodotta qui.

Ancora una volta, ho percepito come il mio personale sentimento di delusione di fronte alla piega che hanno preso gli eventi ed all’atteggiamento (al solito ondivago e imprevedibile) di Trump sia condiviso dagli iraniani, in patria e nella diaspora. Il cambio di regime, o almeno il suo effettivo ammorbidimento sembra di là da venire e le (anche minime, elementari) libertà civili e democratiche degli Iraniani sono un tema scomparso dai radar; le speranze si assottigliano in un contesto in cui (peraltro del tutto comprensibilmente) l’attenzione si concentra sullo stretto di Hormuz, sui programmi iraniani di arricchimento dell’uranio, sulla loro dotazione di missili e sul destino delle milizie terroristiche foraggiate e armate dalla Repubblica islamica a Gaza, in Libano, nello Yemen.

Tuttavia, la conversazione con Rayhane Tabrizi mi ha anche aperto uno spiraglio di altrettanto cauto ottimismo. Anticipando – per me – notizie che ho poi letto sulla stampa, Rayhane ha sottolineato la faglia che la guerra ha aperto all’interno del regime tra “falchi” fanatici e intransigenti e “colombe”, dagli artigli pur sempre acuminati, ma più aperturiste e pragmatiche.

Sin dal 1979 (quando, subito dopo la presa del potere da parte di Khomeini, sono cominciate le manifestazioni e le feroci repressioni dell’apparato statale, mirate, innanzitutto, proprio contro quelle forze democratiche, per lo più di sinistra, che avevano appoggiato la rivoluzione), il regime è stato bravissimo (parole di Rayhane) a dividere il popolo in gruppi e fazioni, a frammentare la protesta popolare, impedendole di darsi una guida, un programma unitario e condiviso, e così indebolendola. Ebbene, oggi, con la guerra, un’analoga frammentazione, o quanto meno una netta spaccatura si è verificata all’interno del regime, con contorno di lotte interne, ideologiche e di potere: e questo è, a sua volta, un fattore oggettivo di indebolimento che potrà giovare, nel medio-lungo periodo, alla causa del popolo iraniano.

Non posso che sperare che quest’analisi, che circola fra i commentatori iraniani, ed anche fra quelli occidentali, sia fondata e porti i suoi frutti. Se così sarà, anche questa guerra dilettantescamente improvvisata avrà avuto, per l’eterogenesi dei fini, la sua utilità.


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