Le immagini che arrivano da Teheran e da altre città iraniane raccontano molto più della semplice presenza di uomini armati ai posti di blocco. Mostrano un regime che, nel momento più delicato degli ultimi anni, sembra non fidarsi più fino in fondo delle proprie forze interne e che per proteggersi sta ricorrendo a milizie straniere addestrate, finanziate e controllate direttamente dalla Forza Quds. Per molti iraniani si tratta di uno shock politico e psicologico enorme, perché per la prima volta in modo così evidente uomini provenienti dall’Iraq e dall’Afghanistan vengono utilizzati per presidiare quartieri, controllare automobili, imporre le regole sull’hijab e reprimere eventuali proteste nel cuore stesso della Repubblica islamica.
Secondo quanto riportato dal Telegraph e confermato da numerose testimonianze circolate sui social media iraniani, membri delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, conosciute anche come Hashd al-Shaabi, e combattenti della milizia afghana Fatemiyoun sono stati dispiegati nelle ultime settimane in aree sensibili della capitale e in altre città strategiche del Paese. I residenti parlano apertamente di uomini che comunicano in arabo o in un persiano stentato, spesso incapaci perfino di interagire con la popolazione locale se non attraverso gesti o ordini urlati.
“Da diverse notti ormai al checkpoint del nostro quartiere ci sono persone che non parlano persiano”, ha raccontato un residente di Teheran citato dalla stampa britannica. “Indossano uniformi delle Hashd al-Shaabi e si muovono insieme alle forze iraniane”. Un altro elemento che emerge da diverse testimonianze riguarda il livello di brutalità utilizzato durante i controlli. Secondo alcuni abitanti della capitale, questi combattenti agirebbero con una durezza che perfino membri dei Basij e delle Guardie Rivoluzionarie considerano eccessiva.
Nei video diffusi online compaiono anche scene altamente simboliche. In uno dei filmati più condivisi si vede un uomo armato, circondato da altri miliziani, gridare in arabo da Piazza Azadi, nel centro di Teheran, che quella piazza “appartiene all’Iraq”. Altre segnalazioni arrivano da Karaj, grande città a ovest della capitale, dove residenti e commercianti descrivono controlli sempre più frequenti effettuati da personale straniero.
Dietro questa scelta del regime esiste una ragione molto precisa. Negli ultimi mesi diverse fonti interne iraniane, oltre a centri di analisi occidentali, hanno segnalato un forte logoramento delle strutture di sicurezza della Repubblica islamica. Le Guardie Rivoluzionarie e i Basij sarebbero colpiti da crescenti diserzioni, problemi di reclutamento e calo della motivazione interna, soprattutto dopo anni di proteste sociali, repressioni sanguinose e difficoltà economiche sempre più pesanti.
Per questo Teheran starebbe affidandosi a forze considerate totalmente dipendenti dal regime iraniano sul piano economico, ideologico e militare. Le milizie sciite irachene e afghane create negli anni dalla Forza Quds sono infatti strutture nate proprio grazie alla strategia elaborata da Qassem Soleimani, l’ex comandante ucciso dagli Stati Uniti nel gennaio 2020. La sua visione prevedeva la costruzione di una rete di gruppi armati regionali capaci di estendere l’influenza iraniana dal Libano alla Siria, passando per Iraq e Yemen.
Oggi però quella stessa architettura militare sembra essersi rovesciata verso l’interno. Le milizie pensate per esportare il potere iraniano vengono richiamate a Teheran per difendere il regime dalla propria popolazione. Ed è proprio questo il segnale più grave per gli equilibri della Repubblica islamica, perché suggerisce che il sistema di controllo costruito negli ultimi decenni non viene più considerato sufficiente nemmeno dai vertici iraniani.
Anche il contesto regionale pesa enormemente. Dopo i durissimi colpi subiti dagli alleati iraniani in Medio Oriente, l’indebolimento di Hezbollah, la crisi economica interna e le tensioni crescenti con Israele e Stati Uniti, il regime teme apertamente nuove esplosioni di protesta sociale simili a quelle che sconvolsero il Paese dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022.
In questo clima, la presenza di combattenti stranieri nelle strade iraniane rischia di produrre un effetto opposto rispetto a quello sperato dal regime. Per molti cittadini rappresenta infatti l’immagine di un potere che appare sempre più isolato, impaurito e costretto a importare uomini armati dall’estero per controllare la propria stessa società.