Home > Focus Iran > Iran. La guerra invisibile che manipola la verità online

Iran. La guerra invisibile che manipola la verità online

Dalla disinformazione virale ai video generati con l’intelligenza artificiale, la strategia iraniana punta a confondere milioni di persone e a paralizzare la capacità di distinguere tra realtà e finzione

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Iran. La guerra invisibile che manipola la verità online

Milioni di utenti scorrono video che mostrano Tel Aviv sotto attacco, folle in fuga da un aeroporto inesistente, soldati americani catturati da truppe iraniane. Scene credibili, costruite con cura, condivise a una velocità impressionante mentre scorrono sui social come se fossero cronaca in tempo reale. Il problema è che non è successo nulla di tutto questo, eppure quelle immagini hanno inciso, hanno orientato percezioni, hanno alimentato paure e convinzioni difficili da correggere anche quando la smentita arriva.

Durante quella che è stata definita Operation Epic Fury, tra febbraio e marzo 2026, l’Iran ha portato a un livello superiore la propria strategia di guerra informativa, trasformando la disinformazione in un’arma sistemica capace di operare su larga scala. Un recente studio accademico pubblicato nell’aprile 2026 sull’International Journal of Research and Innovation in Social Science, firmato dai ricercatori Mehran Hayat e Nazni Noordin, descrive questo fenomeno con un’espressione precisa, paralisi cognitiva, una condizione in cui il pubblico perde la capacità di distinguere tra informazione verificata e contenuti manipolati.

Il punto decisivo non riguarda la quantità di falsità diffuse, bensì la qualità del meccanismo che le rende credibili. Il ciclo individuato dai ricercatori si basa su tre passaggi interconnessi che funzionano con una precisione quasi industriale. Prima viene la costruzione del contenuto, dove elementi reali vengono mescolati a distorsioni calibrate per risultare plausibili; poi la distribuzione mirata attraverso piattaforme digitali che segmentano il pubblico; infine l’amplificazione, affidata agli algoritmi che premiano i contenuti emotivamente più coinvolgenti e li spingono verso una diffusione virale. In questo modo la verità perde peso specifico mentre l’impatto emotivo diventa il vero criterio di visibilità.

Non si tratta di un modello teorico. Le analisi di NewsGuard hanno individuato almeno diciotto affermazioni false diffuse da fonti iraniane in sole due settimane di conflitto, mentre centri di ricerca come quello della Clemson University hanno osservato un fenomeno ancora più significativo, cioè la riconversione immediata di reti di account già attivi su altri temi verso la propaganda filo-iraniana non appena la crisi è esplosa. Un sistema flessibile, pronto a cambiare obiettivo senza soluzione di continuità, capace di adattarsi al contesto in tempo reale.

A rendere più efficace questa macchina è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale generativa, che consente di produrre immagini e video con un livello di realismo tale da ingannare anche osservatori esperti. Alcuni esempi sono diventati emblematici, come la presunta distruzione della base di Al-Udeid in Qatar pubblicata dal Tehran Times o le notizie diffuse da Tasnim su centinaia di soldati statunitensi uccisi, dati che il Central Command americano ha ridimensionato drasticamente. Anche la falsa notizia di un attacco alla portaerei USS Abraham Lincoln, rilanciata da Mehr, rientra nello stesso schema, dove l’obiettivo non è convincere tutti, ma saturare lo spazio informativo fino a rendere ogni verifica faticosa e tardiva.

Questo tipo di offensiva non si limita al piano mediatico, perché procede in parallelo con operazioni informatiche più tradizionali. Il team Unit 42 di Palo Alto Networks ha rilevato migliaia di domini utilizzati per campagne di phishing legate al conflitto, mentre gruppi associati a Teheran hanno rivendicato intrusioni in infrastrutture sensibili israeliane e di altri paesi della regione. La dimensione digitale e quella cognitiva si rafforzano a vicenda, creando un ambiente in cui la percezione del rischio può essere alterata prima ancora che il rischio si concretizzi davvero.
In questo quadro si inserisce anche una componente ideologica esplicita, documentata da un rapporto del Simon Wiesenthal Center, che segnala come la propaganda iraniana utilizzi contenuti antisemiti per influenzare l’opinione pubblica occidentale, spostando il dibattito su un terreno emotivo e polarizzato.

Per Israele e per gli Stati Uniti la sfida assume contorni nuovi, perché la difesa non riguarda soltanto confini fisici o sistemi di sicurezza, ma la capacità delle società di mantenere un rapporto stabile con la realtà dei fatti. Quando la distinzione tra vero e falso si offusca, la vulnerabilità cresce in modo esponenziale e il conflitto si sposta dentro le percezioni individuali. In questa dimensione, la velocità conta più della verifica e la credibilità si costruisce attraverso l’impatto, non attraverso l’accuratezza, lasciando spazio a una guerra che non ha bisogno di conquistare territori per produrre effetti profondi e duraturi.