Più di quattro impiccagioni al giorno, una macchina della morte che non rallenta nemmeno mentre il Paese è in guerra. I numeri che arrivano dall’Iran non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie e raccontano un sistema che ha scelto di governare attraverso la paura, trasformando la pena capitale in uno strumento quotidiano di controllo.
Secondo i dati diffusi da Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, nel 2025 sono state eseguite almeno 1.639 condanne a morte, il dato più alto dal 1989. Si tratta di un aumento del 68 per cento rispetto all’anno precedente, e già questo basterebbe a definire la portata del fenomeno. Ma il punto è ancora più duro, perché quella cifra viene considerata una stima minima, costruita incrociando fonti spesso parziali in un sistema che tende a nascondere o a non dichiarare ufficialmente molte esecuzioni.
Dietro il numero, c’è una strategia. Il rapporto parla esplicitamente di una “politica della paura”, costruita per prevenire nuove proteste e consolidare un potere che appare sempre più fragile. Le manifestazioni del gennaio 2026, represse con violenza e migliaia di arresti, hanno lasciato centinaia di detenuti esposti al rischio di condanne capitali. Il messaggio è semplice e brutale: chi scende in piazza può pagare con la vita.
Nemmeno il conflitto con Israele e gli Stati Uniti ha interrotto questo meccanismo. Anche durante la guerra, Teheran ha continuato a impiccare, colpendo oppositori, membri di gruppi vietati e persone accusate di spionaggio. È un segnale preciso, che non riguarda soltanto la repressione interna ma anche la volontà di mostrare forza in un momento di pressione esterna.
Il dato sulle donne introduce un’altra dimensione. Nel 2025 almeno 48 donne sono state giustiziate, il numero più alto degli ultimi vent’anni. In molti casi si tratta di condanne legate all’uccisione di mariti o familiari, spesso in contesti di violenza domestica. Qui la giustizia si sovrappone a un sistema sociale che lascia poche vie di uscita e poi punisce in modo definitivo chi prova a reagire.
Anche la geografia delle esecuzioni non è casuale. Le minoranze etniche e religiose, in particolare curdi e baluci, risultano colpite in modo sproporzionato. È un altro tassello di un modello repressivo che non si limita al dissenso politico ma si estende a tutto ciò che viene percepito come periferico, instabile, potenzialmente ostile.
Quasi la metà delle condanne riguarda reati legati alla droga, un dato che consente al regime di mantenere una copertura formale mentre usa la pena di morte su larga scala. Allo stesso tempo, le esecuzioni pubbliche, tornate a crescere, servono a rendere visibile la punizione, a trasformarla in spettacolo intimidatorio.
Il punto più inquietante, però, riguarda il futuro immediato. Le organizzazioni che hanno redatto il rapporto avvertono che, se il regime riuscirà a superare la fase di crisi attuale, il ricorso alla pena di morte potrebbe intensificarsi ulteriormente. In altre parole, la sopravvivenza del sistema politico iraniano rischia di passare attraverso un livello ancora più alto di violenza interna.
Dentro questo quadro, la pena capitale smette di essere uno strumento giudiziario e diventa una leva politica a tutti gli effetti. Non serve soltanto a punire, serve a prevenire, a dissuadere, a mantenere il controllo. È una logica che accompagna regimi sotto pressione, e che tende a radicalizzarsi proprio quando il potere percepisce di non avere alternative.
L’Iran di oggi appare esattamente in questo punto. E i numeri delle esecuzioni, più che una statistica, sono il segnale più chiaro di quanto il sistema abbia scelto di spostare in alto il livello dello scontro con la propria società.
Iran, oltre 1.600 esecuzioni in un anno