Narges Mohammadi è crollata in prigione dopo settimane in cui il suo stato di salute continuava a peggiorare senza ricevere un trattamento adeguato, e oggi la sua vita dipende da una decisione che le autorità iraniane continuano a rimandare. La vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2023, da anni tra le voci più esposte contro la repressione della Repubblica Islamica, è ricoverata in condizioni critiche dopo un grave evento cardiaco, mentre la sua famiglia denuncia che il regime sta ostacolando l’accesso alle cure necessarie.
Secondo quanto riferito dai familiari e rilanciato da media internazionali come la BBC, Mohammadi, cinquantaquattro anni, è stata colpita da un peggioramento definito catastrofico, segnato da due episodi di perdita totale di coscienza e da un attacco cardiaco che ha reso necessario il trasferimento d’urgenza in un ospedale della città di Zanjan. Le sue condizioni restano instabili, con valori pressori che oscillano pericolosamente, mentre i medici tentano di stabilizzarla con terapie di supporto, tra cui la somministrazione di ossigeno.
Il nodo centrale riguarda il rifiuto delle autorità di autorizzarne il trasferimento a Teheran, dove si trova l’équipe medica che da anni segue il suo quadro clinico. La famiglia insiste sul fatto che solo lì sarebbe possibile un trattamento efficace, e il fratello Hamid-Reza Mohammadi, residente in Norvegia, ha espresso apertamente il timore che ogni giorno possa arrivare la notizia della sua morte, accusando il regime di voler lasciare morire gli attivisti più esposti.
La vicenda si inserisce in una storia personale segnata da una repressione continua. Mohammadi è stata arrestata tredici volte e condannata complessivamente a trentuno anni di carcere e a centocinquantaquattro frustate, secondo i dati diffusi dalla fondazione che porta il suo nome. Nel 2021 aveva iniziato a scontare una pena di tredici anni con accuse legate alla propaganda contro lo Stato e alla sicurezza nazionale, prima di ottenere nel dicembre 2024 un rilascio temporaneo per motivi di salute dal carcere di Evin, a Teheran, noto per le condizioni particolarmente dure riservate ai detenuti politici.
Durante quel periodo di libertà aveva continuato a denunciare apertamente il sistema repressivo iraniano, una scelta che l’ha riportata nel mirino delle autorità. Nel dicembre 2025 è stata nuovamente arrestata a Mashhad dopo dichiarazioni critiche rilasciate durante una cerimonia commemorativa, e nel febbraio successivo è stata condannata ad altri sette anni e mezzo di reclusione con accuse che includono raduno illegale e diffusione di propaganda.
Il deterioramento delle sue condizioni non rappresenta un episodio isolato. Già nel marzo di quest’anno la famiglia aveva reso noto che era stata trovata priva di sensi in carcere, in circostanze compatibili con un evento cardiaco, segnale di un quadro clinico sempre più compromesso e gestito in modo insufficiente. L’ultimo collasso appare quindi come l’esito di una lunga sequenza di allarmi rimasti senza risposta.
Nel contesto delle tensioni regionali e della guerra, la situazione dei detenuti politici iraniani rischia di scivolare fuori dal radar dell’attenzione internazionale. È proprio questo il punto su cui insiste il fratello di Mohammadi, secondo cui il conflitto ha contribuito a distogliere lo sguardo da una repressione interna che continua a colpire attivisti, giornalisti e oppositori.
La richiesta della famiglia è netta nella sua urgenza. Serve un trasferimento immediato a Teheran per consentire cure adeguate. Ogni ritardo riduce le possibilità di salvarle la vita e trasforma una detenzione già durissima in qualcosa di ancora più grave. In questo passaggio, la linea tra custodia e responsabilità diretta per ciò che accade si assottiglia fino quasi a scomparire, mentre il destino di Narges Mohammadi diventa un banco di prova sulla volontà del regime di rispettare almeno i diritti fondamentali dei propri prigionieri.