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Pakistan, scorta militare per gli iraniani

Ventiquattro caccia a protezione dei negoziatori iraniani

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Pakistan, scorta militare per gli iraniani

Ventiquattro caccia in volo per proteggere una delegazione diplomatica, una scena che esce dal perimetro della normalità e che rompe gli schemi abituali della sicurezza internazionale ed è insieme il segnale più che evidente che Teheran ha paura anche della propria ombra.

La decisione del Pakistan di scortare con un dispositivo militare imponente i rappresentanti iraniani al termine dei colloqui con gli Stati Uniti apre in effetti uno squarcio che difficilmente potrà essere richiuso sotto le formule pure eleganti del bon ton diplomatico e dei doveri dell’ospitalità. Quando una delegazione impegnata in negoziati accetta una copertura aerea di questo livello, la verità vera è che la percezione della minaccia è diventata concreta, operativa e sta dietro l’angolo. Qualsiasi angolo, anche quello di casa.

Le fonti parlano di timori legati a un possibile attacco israeliano. Naturalmente nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna accusa diretta, ma vi sono elementi più che sufficienti ad attivare una macchina militare complessa che è composta da 24 aerei da combattimento, sistemi di sorveglianza AWACS, una scorta lungo l’intero tragitto. A dirla tutta l’operazione, vista dalla cabina di pilotaggio, somiglia più a una missione bellica che a un gesto di prudenza.

E forse proprio qui sta il punto politico dove conta meno la veridicità della minaccia, e molto di più la sua credibilità. Se l’Iran ritiene plausibile di essere colpito mentre i suoi rappresentanti viaggiano dopo negoziati con Washington, è chiaro che il livello di tensione ha già superato una soglia invisibile.

Il Pakistan, da parte sua, si muove seguendo una doppia logica. Da una parte offre protezione e rafforza il proprio ruolo come attore regionale affidabile e interlocutore capace di gestire crisi complesse. Dall’altra, espone una disponibilità operativa che pesa sul piano strategico. Schierare i J-10, tra i velivoli più avanzati della propria flotta, trasforma una missione di sicurezza in un messaggio politico.

Nel frattempo, il confronto tra le capacità militari resta a dir poco impietoso. L’aviazione iraniana appare in larga parte obsoleta e segnata da decenni di isolamento e da danni accumulati nei conflitti recenti. La necessità di affidarsi a una protezione esterna, per quanto legata a una situazione contingente, la dice lunga sulla tenuta del sistema difensivo iraniano.

Le versioni divergono. Secondo alcune fonti è stata la delegazione iraniana a chiedere una scorta eccezionale mentre secondo altre, Islamabad ha imposto la protezione dopo aver registrato segnali di allarme. In mezzo, una zona grigia che in realtà fa capire che il rischio non è un’ipotesi remota e pesa sul tavolo.

Si aggiunge poi un altro dettaglio non proprio banale: la delegazione, secondo un diplomatico informato, non sarebbe nemmeno atterrata a Teheran ma in una destinazione diversa e mantenuta supersegreta, il che costituisce un ulteriore indizio di quanto la sicurezza sia diventata la variabile dominante, anche quando si parla di feluche.

Intanto i negoziati proseguono. Si lavora già a un nuovo round, forse entro pochi giorni mentre il contesto è decisamente cambiato. In questi giorni, in queste ore, ogni incontro, ogni spostamento, ogni gesto si muove dentro la consapevolezza che il rischio è reale. E qualcuno dice che quando la politica inizia a muoversi come se fosse già dentro un conflitto, spesso significa che il conflitto, in qualche forma, ha già preso forma.


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