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Hormuz, il ricatto dell’Iran passa dagli oleodotti del Golfo

Teheran colpisce Emirati e infrastrutture energetiche per dimostrare che nessuna rotta alternativa può davvero sostituire lo Stretto di Hormuz

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Hormuz, il ricatto dell’Iran passa dagli oleodotti del Golf

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato pochi giorni fa che i propri sistemi di difesa aerea hanno intercettato 12 missili balistici, tre missili da crociera e quattro droni lanciati dall’Iran, provocando – secondo le autorità – tre feriti di media gravità. Il ministero della Difesa emiratino ha inoltre riferito che, dall’inizio degli attacchi attribuiti a Teheran, sarebbero stati intercettati complessivamente 549 missili balistici, 29 missili da crociera e 2.260 droni, con un bilancio di 227 feriti di diverse nazionalità e 13 vittime. Il governo di Abu Dhabi ha dichiarato di mantenere il massimo livello di allerta, parlando di una rinnovata “aggressione iraniana con missili e droni” contro il Paese, mentre da Teheran, attraverso l’emittente statale IRIB, una fonte militare ha sostenuto che l’Iran non avrebbe intenzione di colpire gli Emirati, lasciando emergere una contrapposizione netta tra le due versioni.Il bersaglio sono le infrastrutture energetiche e le rotte alternative.

Ogni attacco colpisce direttamente flussi, prezzi e sicurezza delle forniture nella regione.Uno dei punti più sensibili è l’Emirato di Fujairah, dove tre cittadini indiani sono rimasti feriti in seguito a un attacco contro un’area legata all’industria petrolifera. Il terminal di Fujairah è una delle principali vie di uscita alternative per il petrolio emiratino: consente l’export senza passare dal Golfo Persico. L’oleodotto che collega i giacimenti interni al porto ha una capacità di circa 1,5 milioni di barili al giorno, espandibile fino a circa 1,8 milioni, ed è stato progettato proprio per aggirare lo Stretto di Hormuz. Colpire o minacciare Fujairah significa quindi incidere direttamente su una delle poche opzioni disponibili per evitare il passaggio obbligato nello stretto.

La questione delle alternative coinvolge anche l’Arabia Saudita. Riyadh dispone dell’oleodotto “Est-Ovest”, noto come Petroline, che si estende per circa 1.200 chilometri e collega i giacimenti orientali al porto di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso. Questa infrastruttura consente al regno saudita di esportare petrolio senza transitare per lo Stretto di Hormuz, con una capacità che può arrivare a diversi milioni di barili al giorno.

Anche in questo caso, si tratta di una via alternativa strategica, che riduce la dipendenza dal Golfo ma resta esposta alle tensioni regionali.
Yoel Guzansky, ex funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano e oggi ricercatore senior e responsabile del Programma sul Golfo presso l’INSS, in un’intervista a Ynetnews ha affermato che non è ancora chiaro lo stato reale dell’oleodotto saudita. Secondo la sua analisi, se pienamente operativo potrebbe trasportare circa 4-5 milioni di barili al giorno.

Guzansky ha sottolineato che lo Stretto di Hormuz resta un collo di bottiglia strategico, ma anche le alternative terrestri stanno diventando vulnerabili. “Così come Hormuz è un collo di bottiglia, lo sono anche le infrastrutture. L’Iran è in grado di colpirle, e questo significa che non esiste una vera alternativa allo stretto”, ha detto, aggiungendo che senza una soluzione efficace “il rischio è un’escalation”, perché Teheran mantiene una leva diretta sulle rotte energetiche.

La minaccia riguarda non solo Hormuz ma l’intera rete energetica regionale: oleodotti, terminal e porti di bypass. Anche infrastrutture come il porto di Fujairah diventano quindi punti sensibili, perché un danno localizzato può avere effetti immediati su flussi e costi globali del petrolio.

“Gli iraniani dicono”, continua Guzansky,“che Hormuz è la chiave e Hormuz è sotto il loro controllo”. Ma questo messaggio serve a dimostrare che tutti i tentativi di bypassare gli oleodotti e le rotte alternative non funzionano. Gli Emirati Arabi Uniti vengono colpiti perché fanno parte del sistema dello Stretto di Hormuz. L’Iran controlla la parte orientale dello stretto, mentre quella occidentale è divisa tra Oman ed Emirati Arabi Uniti, che rappresentano la componente economica e logistica del passaggio: porti, infrastrutture e traffico energetico.

“La stretta cooperazione degli Emirati Arabi Uniti con Israele li rende anche un bersaglio ancora più rilevante”, aggiunge Guzansky. Il riferimento è anche alle ultime notizie sulla fornitura di sistemi di protezione israeliani agli Emirati, elemento che – secondo questa analisi – aumenta ulteriormente la loro esposizione nel contesto delle tensioni regionali.