In un tempo in cui l’odio torna a circolare con una disinvoltura inquietante, la storia di un gruppo di insegnanti marocchini in visita ad Auschwitz assume un valore che va ben oltre il gesto simbolico. Non si tratta di diplomazia, né di un’iniziativa calata dall’alto. È qualcosa di più fragile e allo stesso tempo più concreto, perché nasce da una scelta individuale: voler sapere, voler vedere, voler capire.
Il viaggio parte dal Marocco, uno dei Paesi che hanno aderito agli Accordi di Abramo, e arriva nei luoghi della distruzione europea. Berlino, poi Auschwitz e Birkenau. Per molti di loro l’Olocausto era poco più di un capitolo marginale, appena accennato nei programmi scolastici. Trovarsi davanti alle tracce materiali dello sterminio cambia tutto. Le scarpe, le valigie, gli occhiali. Le selezioni. I treni. La morte organizzata. Non serve altro. Le lacrime arrivano da sole, senza bisogno di spiegazioni.
Quello che colpisce non è soltanto l’impatto emotivo, ma la consapevolezza che ne segue. Una delle partecipanti, insegnante e musulmana osservante, lo dice senza esitazioni: questo vuoto nella conoscenza è un problema serio e va colmato. Non per ragioni politiche, ma perché senza quella storia non si capisce il Novecento, e non si capisce nemmeno perché Israele esista. È una presa di posizione semplice, quasi ovvia, e proprio per questo potente.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra realtà diverse, tra cui l’organizzazione marocchina Mimouna e reti giovanili come WeAreMENA (“Noi siamo il Medio Oriente e il Nord Africa”). Dietro c’è un’idea precisa: riportare la memoria ebraica dentro la storia del Marocco, non come elemento esterno ma come parte integrante della sua identità. Non è un’invenzione recente. La stessa costituzione marocchina riconosce esplicitamente la componente ebraica come uno degli elementi che hanno formato il Paese, insieme alle radici africane, andaluse e mediterranee. In un contesto regionale spesso segnato da rimozioni e semplificazioni, è un dato che pesa.
Questa apertura non elimina le tensioni. In Marocco, come altrove, esiste un’opposizione alla normalizzazione con Israele e una parte dell’opinione pubblica resta ostile. Il Medio Oriente continua a muoversi tra scenari instabili, con il rischio che le aperture degli ultimi anni si richiudano. Eppure qualcosa si muove, soprattutto tra i più giovani. Non è una maggioranza silenziosa che aspetta di emergere, ma una realtà che cresce, che prende parola, che costruisce reti.
Durante il viaggio, il gruppo visita anche una moschea a Berlino e approfondisce la storia dei musulmani riconosciuti come Giusti tra le Nazioni. È un passaggio importante, perché rompe un altro stereotipo. La storia non è mai monolitica. Durante la Shoah ci sono stati musulmani che hanno protetto ebrei, così come ci sono stati contesti, come l’Albania, in cui la popolazione ha offerto rifugio ai perseguitati. Ricordarlo non serve a bilanciare i conti, ma a restituire complessità.
Il punto centrale resta però un altro. La conoscenza non è neutra. Quando qualcuno decide di affrontare davvero ciò che è stato, cambia il modo in cui guarda il presente. La demonizzazione, che oggi si concentra soprattutto su Israele, si alimenta anche di ignoranza, di assenza di contesto, di semplificazioni ripetute fino a diventare verità apparenti. Portare studenti e insegnanti nei luoghi della Shoah significa interrompere questo meccanismo, almeno in parte.
Questa è forse la dimensione più interessante di ciò che sta accadendo. Non è una pace firmata da governi, è un processo che nasce dal basso. Giovani musulmani che scelgono di confrontarsi con la storia ebraica senza filtri ideologici. Non cancella i conflitti, non risolve le divergenze, ma crea uno spazio nuovo, dove il confronto può avvenire su basi meno distorte.
In un momento in cui il dibattito pubblico tende a irrigidirsi e a dividere tutto in blocchi contrapposti, questa esperienza suggerisce una direzione diversa. Il mondo musulmano non è un monolite, così come non lo è quello occidentale. Esistono correnti, generazioni, sensibilità diverse. Alcune spingono verso la chiusura, altre verso l’apertura.
Scommettere su queste seconde non è un esercizio di ottimismo. È una scelta strategica, perché è lì che si gioca, nel lungo periodo, la possibilità di uscire dalla spirale di ostilità che continua a riproporsi. E forse, in questo passaggio silenzioso dal Marocco ad Auschwitz, c’è già un indizio di come potrebbe essere un futuro diverso.
Dal Marocco ad Auschwitz, il viaggio che rompe il muro dell’ignoranza nel mondo musulmano