Home > Attualità > Siria, Israele e Golan: Sharaa apre ai negoziati ma accusa

Siria, Israele e Golan: Sharaa apre ai negoziati ma accusa

Damasco prova a ridefinire il proprio ruolo e cerca sponde diplomatiche anche a Bruxelles

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Siria, Israele e Golan: Sharaa apre ai negoziati ma accusa

Nessuno sa veramente quale potrà essere il futuro dei rapporti tra la Siria e Israele. Tutto è possibile perché molte sono le variabili. Nelle ultime ore Ahmed al-Sharaa ha scelto parole dure contro Israele e, nello stesso momento, ha lasciato aperta una porta aperta che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata impensabile, segnalando quanto la nuova Siria post-Assad si muova dentro una fase di transizione instabile, dove il linguaggio della forza convive con quello della trattativa e dove ogni passo ha un peso che va ben oltre i confini nazionali.

Il presidente siriano, intervenendo durante l’Antalya Diplomacy Forum, ha accusato Israele di aver agito con brutalità sul territorio siriano, facendo riferimento alla serie di attacchi condotti dopo la caduta del regime nel 2024 e alla presenza militare nelle aree adiacenti alle Alture del Golan, mentre allo stesso tempo ha chiarito che i colloqui per un possibile accordo di sicurezza proseguono, anche se attraversati da difficoltà profonde legate alla richiesta israeliana di mantenere una presenza sul suolo siriano.

La linea che emerge dalle dichiarazioni di Sharaa è articolata e rivela una strategia a più livelli, perché da una parte Damasco rivendica con fermezza la sovranità territoriale e ribadisce che il Golan appartiene al popolo siriano, dall’altra accetta un percorso negoziale graduale che parte da un terreno già noto, quello dell’accordo di disimpegno del 1974, che per decenni ha garantito una relativa stabilità lungo il confine e che oggi viene riproposto come base minima per ristabilire un equilibrio.

Questa scelta indica una consapevolezza precisa: la Siria attuale non ha la forza per imporre unilateralmente le proprie condizioni e deve quindi muoversi dentro un sistema di compromessi, cercando di guadagnare tempo e spazio politico mentre ricostruisce le proprie capacità interne. In questo quadro si inserisce anche l’integrazione delle forze curde all’interno delle strutture statali, un passaggio che Damasco presenta come prova di un processo di riunificazione nazionale e che rafforza l’immagine di uno Stato che torna ad assumere il controllo del proprio territorio.

Il ritiro americano dalle principali basi militari rappresenta un altro elemento chiave, perché segna la fine di una fase e apre interrogativi sulla gestione della sicurezza, anche se Washington continua a sostenere operazioni antiterrorismo attraverso partner locali. Per Damasco, la presa di controllo di quelle strutture ha un valore simbolico e operativo insieme, visto che consente di affermare una sovranità più concreta proprio mentre il Paese tenta di uscire dalla frammentazione prodotta da anni di guerra civile.

Nel frattempo, Israele mantiene una linea di intervento attivo, giustificata dalla necessità di impedire che armamenti avanzati finiscano nelle mani di attori ostili e dalla volontà di proteggere la comunità drusa nel sud della Siria, un fattore che aggiunge un ulteriore livello di complessità a una situazione già stratificata, perché lega la sicurezza interna siriana a dinamiche regionali e identitarie che non possono essere gestite solo attraverso strumenti militari.

Su questo sfondo si inserisce anche il ritorno dell’Europa, che secondo un documento circolato tra i Paesi membri intende riattivare i canali politici formali con Damasco e avviare un dialogo strutturato con le nuove autorità, accompagnato da un adattamento del regime sanzionatorio e da un piano di cooperazione economica e istituzionale. La mossa europea risponde a una logica pragmatica, legata sia alla gestione dei flussi migratori sia alla necessità di avere un interlocutore stabile nella regione, ma rischia di incontrare resistenze interne e critiche sul piano politico.

Il risultato è un quadro in cui la Siria torna al centro delle relazioni internazionali senza aver ancora trovato un equilibrio interno solido, mentre Israele consolida la propria presenza operativa e gli Stati Uniti ridisegnano il proprio ruolo. In mezzo, i negoziati avanzano lentamente, sospesi tra diffidenza e necessità, con il Golan destinato a restare il nodo più sensibile di un confronto che si muove lungo linee ancora fragili e che continuerà a influenzare gli equilibri dell’intera regione.


Siria, Israele e Golan: Sharaa apre ai negoziati ma accusa