L’appuntamento globale che dovrebbe unire il pianeta attorno a un pallone si trasforma in un banco di prova politico e morale, perché gli Stati Uniti hanno deciso di legare l’accesso ai Mondiali del 2026 a un criterio che va oltre lo sport e investe direttamente la sicurezza e il clima civile interno, annunciando che chi è associato alla diffusione dell’antisemitismo nei propri Paesi rischia semplicemente di non entrare.
A dirlo con chiarezza è stato Yehuda Kaploun, inviato speciale dell’amministrazione Trump per il contrasto all’antisemitismo, che in un’intervista alla Jewish Telegraphic Agency ha fissato una linea destinata a far discutere a lungo, spiegando che l’ingresso negli Stati Uniti resta un privilegio e che non verrà concesso a chi porta con sé, anche indirettamente, dinamiche di odio. La formula è volutamente ampia e lascia margini di interpretazione, ma il messaggio politico è netto e punta a spostare il baricentro del dibattito: non più solo sicurezza fisica durante l’evento, bensì selezione preventiva dei soggetti ritenuti problematici.
Il contesto spiega la scelta. Il Mondiale del 2026, organizzato tra Stati Uniti, Canada e Messico, sarà il più esteso nella storia della competizione, con 48 squadre e milioni di visitatori attesi, in una fase in cui le tensioni legate al conflitto mediorientale continuano a riflettersi nelle piazze europee e nordamericane. Negli ultimi mesi manifestazioni pro-palestinesi hanno spesso incrociato slogan e atteggiamenti che, secondo diverse autorità occidentali, travalicano la critica politica e scivolano nell’ostilità verso gli ebrei, creando un clima che Washington considera potenzialmente esplosivo se importato durante un evento di questa portata.
Kaploun ha respinto l’idea, circolata su alcuni media europei, di un bando mirato contro specifici politici del continente, insistendo sul fatto che ogni caso verrà valutato individualmente, anche se ha lasciato intendere che incarichi pubblici e responsabilità istituzionali non offriranno alcuna protezione automatica. Il riferimento esplicito è a episodi concreti che negli ultimi mesi hanno segnato il calcio europeo, come le restrizioni imposte ai tifosi del Maccabi Tel Aviv in occasione di una partita dell’Aston Villa o le violenze registrate ad Amsterdam, casi che agli occhi dell’amministrazione americana rappresentano segnali di una deriva che non può essere ignorata.
La questione si intreccia inevitabilmente con la geopolitica. Tra le nazionali qualificate figurano Paesi come Iran, Turchia e Sudafrica, tutti protagonisti di rapporti complessi con Israele e, in alcuni casi, di scontri diretti o indiretti. Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha già confermato la presenza dell’Iran, sottolineando che la squadra rappresenta il proprio popolo e che gli atleti devono poter competere, mentre dalla Casa Bianca arriva la conferma che l’invito alla nazionale iraniana resta sul tavolo. Questa doppia linea, apertura sul piano sportivo e rigidità su quello politico e sociale, rivela una strategia che cerca di evitare rotture istituzionali senza rinunciare a un messaggio di deterrenza.
In Europa, dove il tema dell’antisemitismo è tornato al centro del confronto pubblico con un’intensità che non si vedeva da anni, le parole di Kaploun rischiano di innescare reazioni contrastanti, tra chi le leggerà come una difesa necessaria delle comunità ebraiche e chi invece le interpreterà come un’ingerenza o un precedente pericoloso sul piano delle libertà individuali. Sullo sfondo resta una domanda che accompagnerà il conto alla rovescia verso il 2026: fino a che punto un grande evento sportivo può essere isolato dalle tensioni politiche globali, e quanto gli Stati ospitanti sono disposti a filtrare il mondo per proteggere ciò che accade dentro i propri confini.
Mondiali 2026, linea dura degli Stati Uniti. Stop ai visti per gli antisemiti