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Gaza, sesso in cambio di aiuti. Le testimonianze che accusano Hamas

Vedove e divorziate raccontano ricatti, molestie e abusi nella distribuzione degli aiuti umanitari mentre la crisi sociale apre spazi di impunità

Shira Navon

Tempo di Lettura: 5 min
Gaza, sesso in cambio di aiuti. Le testimonianze che accusano Hamas

Le storie arrivano a bassa voce, spezzate, spesso filtrate da telefoni nascosti o intermediari che chiedono anonimato, eppure convergono su uno schema preciso che si ripete da mesi nella Striscia di Gaza: donne sole, senza reddito e senza protezione, costrette a negoziare la propria sopravvivenza in un contesto dove il potere si esercita anche attraverso il controllo degli aiuti. È dentro questa zona grigia, lontana dal fronte militare e dal linguaggio ufficiale della guerra, che alcune testimonianze raccolte dal quotidiano britannico Daily Mail e rilanciate da piattaforme arabe indipendenti descrivono un sistema di ricatto sessuale attribuito a membri di Hamas o a reti ad esso collegate.

Le accuse si concentrano su un meccanismo elementare quanto brutale: prestazioni sessuali richieste in cambio di beni essenziali, un pacco alimentare, un buono per aiuti, poche decine di shekel. A raccontarlo sono vedove e divorziate che, dopo aver perso casa e sostentamento, si rivolgono alle organizzazioni caritative. In quel passaggio, che dovrebbe rappresentare una soglia di protezione, si apre invece per alcune una spirale di vulnerabilità. Una residente di Gaza, citata in forma anonima, descrive il caso di una donna aggredita in una tenda da militanti legati all’ala militare, nella zona di Deir al-Balah, e invita a non isolare l’episodio perché, a suo dire, rientra in una pratica più ampia. La denuncia sarebbe stata trasmessa ai livelli superiori, senza conseguenze visibili.

Un’altra testimonianza parla di richieste esplicite da parte di membri di una struttura caritativa collegata al movimento, con un linguaggio diretto che lega il corpo al cibo. La dinamica si ripete in contesti diversi e con attori differenti, ma il denominatore resta la dipendenza totale da chi distribuisce aiuti. Un uomo che si presenta come appartenente all’ala militare avrebbe confermato che segnalazioni interne sono state scoraggiate, segno di un clima in cui il controllo politico e quello sociale tendono a sovrapporsi.

Il racconto più dettagliato è quello di Noor, nome di fantasia, madre divorziata di quattro figli, che descrive il percorso che la porta da una richiesta di assistenza a una situazione di molestia reiterata. Si rivolge a un’organizzazione islamica, incontra un uomo che percepisce come autorevole, riceve promesse di sostegno e poi pressioni sempre più invasive, fino a una proposta che trasforma l’aiuto in scambio. Quando minaccia di denunciarlo, la risposta che riceve chiarisce il rapporto di forza: qui comando io. La frase, più che un abuso individuale, suggerisce un contesto in cui il potere politico si percepisce come intoccabile.

Queste testimonianze si inseriscono in una cornice sociale che le rende plausibili e difficili da verificare allo stesso tempo. Il sistema civile a Gaza è stato profondamente compromesso da anni di conflitto, e la guerra recente ha aggravato ogni fragilità. Le agenzie internazionali, tra cui il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, segnalano un aumento dei matrimoni precoci e delle gravidanze adolescenziali, fenomeni che indicano una pressione crescente sulle famiglie e sulle ragazze. In assenza di registri affidabili e con un tessuto istituzionale frammentato, la dimensione reale resta opaca, ma i dati disponibili suggeriscono una regressione sociale che apre spazi a forme di abuso meno visibili.

Anche l’Associated Press ha documentato nel 2025 casi in cui donne in difficoltà sono state attirate con promesse di lavoro o assistenza e poi coinvolte in relazioni coercitive, concluse con piccoli pagamenti o aiuti sporadici che non risolvono la condizione di partenza. In queste storie ritorna la stessa combinazione di bisogno immediato e assenza di alternative, che rende ogni scelta ambigua e ogni denuncia rischiosa.

Il silenzio resta il fattore decisivo. Lo stigma sociale legato alla violenza sessuale, unito al timore di ritorsioni da parte di chi detiene il potere, blocca la maggior parte delle vittime. Lo scrittore gazawi Hamza Havidi osserva che molte donne non parleranno mai pubblicamente, e che il problema attraversa l’intero spettro sociale femminile, dalle vedove alle non sposate. Senza indipendenza economica e senza protezioni istituzionali credibili, il ricatto trova terreno fertile.

Resta un nodo difficile da sciogliere sul piano dell’informazione. Le fonti sono frammentarie, spesso indirette, e provengono da un contesto in cui la libertà di stampa è limitata e la verifica indipendente è complessa. Allo stesso tempo, la convergenza di racconti simili, provenienti da canali diversi, impedisce di liquidare la questione come marginale. Il risultato è un quadro inquietante, che costringe a guardare oltre la linea del fronte e a interrogarsi su cosa accade quando il controllo degli aiuti si trasforma in uno strumento di potere personale.

Nel mezzo di una guerra che assorbe ogni attenzione, queste storie restano ai margini, eppure raccontano una dimensione decisiva del conflitto: quella in cui la sopravvivenza quotidiana diventa terreno di scambio e il corpo delle donne finisce intrappolato tra bisogno e dominio. E sorge una domanda inevitabile: le femministe occidentali non hanno nulla da dire? Nessuna protesta, appello, corteo?


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