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Droni iraniani e guerra in Sudan. Il caso Mafi e la rete globale

Arrestata a Los Angeles una residente negli Stati Uniti accusata di traffico di armi per conto di Teheran: affari milionari, società di copertura e contatti con l’intelligence iraniana

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 2 min
Shamim Mafi, 44 anni

Shamim Mafi, 44 anni, aveva lasciato l’Iran per vivere in California. È stata fermata all’aeroporto internazionale di Los Angeles prima di imbarcarsi. L’accusa è pesante: traffico di armi verso il Sudan, secondo gli investigatori per conto di Teheran.

Parliamo di droni iraniani Mohajer-6, valutati oltre 70 milioni di dollari, bombe, decine di migliaia di spolette — circa 55.000 — e milioni di munizioni. Materiale che, sempre secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe avuto come destinazione il Sudan, già immerso in un conflitto interno esploso nel 2023 che ha provocato una grave crisi umanitaria, con oltre 30 milioni di persone bisognose di aiuti, circa 14 milioni di sfollati e un forte peggioramento della sicurezza alimentare e sanitaria.

Secondo il procuratore federale, Mafi avrebbe mediato la vendita di droni di produzione iraniana Mohajer-6 per un valore superiore a 70 milioni di dollari, oltre a bombe, circa 55.000 spolette per ordigni esplosivi e milioni di munizioni, destinati direttamente al ministero della Difesa sudanese.

L’indagine si basa su una denuncia penale datata 12 marzo 2026: Mafi e un complice avrebbero gestito una società registrata in Oman, Atlas International Business, utilizzata come copertura per operazioni di compravendita di armi e munizioni. La società avrebbe ricevuto oltre 7 milioni di dollari nel solo 2025.

Attraverso questa struttura sarebbero stati organizzati i contratti di fornitura verso il Sudan, inclusa la gestione delle spedizioni di spolette per ordigni esplosivi. In uno degli episodi contestati, Mafi avrebbe inoltre presentato una lettera d’intenti ai Pasdaran iraniani per l’acquisto di quel materiale destinato alle forze armate sudanesi.

Gli atti giudiziari riportano anche che i tabulati telefonici mostrano che Mafi è stata in contatto diretto con il ministero iraniano dell’Intelligence e della Sicurezza tra il 2022 e il 2025, elemento utilizzato per ricostruire possibili collegamenti con apparati statali del regime.

Mafi ha lasciato l’Iran nel 2013 e ha ottenuto la residenza permanente negli Stati Uniti nel 2016. Ha negato ogni coinvolgimento per conto del governo iraniano. Il procedimento è ora davanti alla corte federale di Los Angeles. I procuratori hanno dichiarato che l’arresto della donna, che secondo quanto emerge dai suoi profili social conduce una vita lussuosa, è stato motivato anche dall’assenza dell’autorizzazione legale necessaria per condurre tali transazioni. In caso di condanna rischia fino a 20 anni di carcere.


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