In occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno in cui si celebrano i 78 anni dalla proclamazione dell’indipendenza di Israele, l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled ha rilasciato un’intervista al nostro magazine.
Setteottobre: A 78 anni dalla sua fondazione, Israele è ancora costretto a lottare per la propria sopravvivenza, un caso praticamente unico tra le nazioni democratiche. Ha la sensazione che, anche all’interno del mondo occidentale, esista una parte dell’opinione pubblica e delle élite politiche e culturali che consideri Israele più come un problema da contenere che come uno Stato da difendere?
Peled: Sfortunatamente sì. Abbiamo assistito a un cambiamento profondo di tendenza nell’opinione pubblica mondiale. Lei ricorderà che fino agli anni ’70 Israele era considerato un miracolo: un giovanissimo Stato, uno Stato ebraico nato dalle ceneri della Shoah, capace di sopravvivere agli attacchi di tutto il mondo arabo. In qualche modo, dopo gli anni ’70, la percezione inizia a cambiare. Oggi Israele è visto come un problema, e questo è un grandissimo errore. Invece di essere riconosciuto per ciò che è, ovvero un faro di speranza e sviluppo, capace di combattere le avversità, l’ultimo baluardo della civiltà occidentale in conflitto con l’estremismo e il terrorismo, viene considerato un problema. Questo è molto triste, perché distorce la realtà.
Setteottobre: Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il 7 ottobre, si è parlato sempre più del riemergere dell’antisemitismo in nuove forme. Dal suo punto di vista, quanto è grave oggi questo problema nelle società occidentali, e in particolare in Italia?
Peled: C’è una crescita allarmante dell’antisemitismo che, a mio avviso, sta mettendo in pericolo le società democratiche in Europa e anche in Italia. Devo riconoscere che l’Italia sta facendo un grande sforzo per contrastare questo fenomeno. Quello che inizia con l’antisemitismo rischia di trasformarsi in una discriminazioneverso qualunque altra minoranza o diversa opinione. Per questo ritengo che sia un campanello d’allarme per l’Italia e per l’Europa.
Setteottobre: Riguardo all’Italia: è stata tradizionalmente considerata un paese amico di Israele, con una sensibilità politica e culturale relativamente stabile su questo tema. Negli ultimi mesi, tuttavia, sembra emergere una crescente distanza, almeno nel dibattito pubblico. È anche questa la sua percezione o la ritiene un’esagerazione?
Peled: Italia e Israele sono molto vicine: esiste una profonda amicizia e affinità tra i nostri paesi. Siamo entrambi paesi mediterranei e condividiamo una mentalità simile, oltre alla gioia di vivere e a molti interessi comuni. Sfortunatamente, una parte dell’opinione pubblica in Italia, come in Europa, ha subito una manipolazione ed è stata condizionata dalla propaganda dell’Islam radicale, che sta infiltrando le democrazie e le società occidentali. La propaganda ha abilmente sfruttato le garanzie liberaldemocratiche dei sistemi politici occidentali, come le libertà di espressione e di opinione, per manipolare la realtà e diffondere “fake news”. L’opinione pubblica così condizionata, a sua volta, esercita pressione sul governo italiano, che reagisce più a queste dinamiche interne che non al rapporto con Israele. Le relazioni restano comunque solide e l’amicizia è confermata. Credo sia importante considerare anche il contesto politico: a breve ci saranno le elezioni in entrambi i paesi e sappiamo che, in queste fasi, i politici tendono a concentrarsi maggiormente sul consenso interno che non sulle relazioni con i paesi amici. Dobbiamo quindi osservare questi sviluppi nella giusta prospettiva e sono fiducioso che questa fase passerà.
Setteottobre: Se questa distanza esiste, da cosa crede che derivi? È principalmente una reazione alla durata e all’intensità della guerra contro Hamas e al confronto con l’Iran, oppure indica qualcosa di più profondo nel modo in cui oggi l’Europa guarda a Israele?
Peled: Credo che la causa non sia solo la durata della guerra. Pensiamo infatti al conflitto tra Russia e Ucraina, che dura da più di quattro anni: si tratta di una guerra tra due Stati, due eserciti. Nel nostro caso, invece, siamo di fronte a una guerra asimmetrica tra uno stato e attori non statali, organizzazioni terroristiche, dotate di potentissime strategie di comunicazione. È una guerra molto diversa, contro un nemico particolarmente crudele, che l’Europa conosce bene. Abbiamo visto cosa è accaduto in Afghanistan e in Iraq e quanto sia stato difficile per la comunità internazionale affrontare terroristi come quelli di Al-Qaeda. Oggi, purtroppo, questa sfida riguarda Israele. Certamente, anche il fatto che il conflitto si stia prolungando e non possa essere risolto con i metodi delle guerre convenzionali non aiuta. Vorrei aggiungere un ultimo punto: l’Unione Europea applica un doppio standard nei confronti di Israele, mantiene accordi di associazione con paesi non democratici mentre esprime critiche esclusivamente contro Israele, arrivando a minacciare sanzioni.
Setteottobre: In questo contesto, cosa chiede oggi Israele a un paese come l’Italia? Solidarietà politica, chiarezza morale, sostegno concreto o altro? E, al contrario, cosa è disposto Israele a riconsiderare o cambiare nel modo in cui si presenta all’Europa?
Peled: Ci auguriamo che l’Italia comprenda, come altri partner europei, quanto abbia da beneficiare dal rapporto con Israele. Il nostro paese può contribuire a un futuro migliore attraverso le sue tecnologie, il know-how e l’esperienza in ambito militare e di sicurezza. Per quanto riguarda l’Iran e le organizzazioni terroristiche, credo – forse ingenuamente – che i politici italiani, la classe dirigente così come i vertici militari, siano consapevoli di quanto si possa imparare, e trarre profitto, dalla cooperazione con Israele. Non siamo perfetti: ci sono aspetti di Israele che l’Italia non condivide, e in parte anche io. Tuttavia, è importante guardare al quadro generale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ritengo che Israele debba adottare un approccio più razionale e meno emotivo nei confronti dell’Europa.
Setteottobre: Nel fare gli auguri per il 78° anniversario, Israele ha attraversato un lungo percorso, fatto di consapevolezza, innovazione e ricchezza culturale. Come immagina la costruzione di un futuro più forte, fondato su unità, prosperità e sicurezza per le generazioni a venire?
Peled: Credo che i nostri genitori e i nostri nonni, coloro che hanno avviato la costruzione del paese, abbiano dato vita a qualcosa di straordinario. In 78 anni Israele ha realizzato un vero e proprio miracolo. La missione di dimostrare che il popolo ebraico può vivere in una terra propria è stata ampiamente compiuta. Tuttavia, oggi corriamo il rischio di una crescente tensione interna. Personalmente sono più preoccupato per la polarizzazione e le divisioni interne che per le minacce esterne. Ritengo che riusciremo a superare le sfide legate all’Iran e alle organizzazioni terroristiche e che, nel tempo, potremo raggiungere una pace, nel senso di maggiore stabilità e sicurezza con i nostri vicini. Ma sarà fondamentale continuare a costruire la nostra nazione dall’interno, puntando sull’unità e restando fedeli agli ideali su cui siamo cresciuti. Vedo un futuro positivo per Israele nei prossimi decenni, ma anche gli ostacoli che dovremo affrontare per garantirlo.
Setteottobre: Grazie, Ambasciatore, per il tempo che ci ha dedicato in giornate così complesse.
Peled: Mi lasci aggiungere il mio più sincero apprezzamento per il lavoro che Setteottobre sta svolgendo. State facendo qualcosa di unico a livello mondiale, ed è davvero commovente vedere la vostra dedizione. Quello che avete fatto rappresenta un contributo molto importante per lo Stato di Israele e per tutti noi. Lo dico dal profondo del cuore.
Dopo 78 anni dalla sua nascita Israele è ancora costretto a lottare per la sua sopravvivenza