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Eurovision, il boicottaggio contro Israele si spacca: mille artisti contro l’esclusione

Il festival diventa il terreno di uno scontro culturale che va ben oltre la musica

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Eurovision, il boicottaggio contro Israele si spacca: mille artisti contro l’esclusione

L’Eurovision, nato nel dopoguerra come spazio leggero e condiviso, si trova oggi al centro di una tensione che ha poco a che vedere con le canzoni e molto con il clima politico che attraversa l’Occidente, perché mentre cinque Paesi scelgono di ritirarsi per la presenza di Israele, oltre mille figure di primo piano dell’industria dell’intrattenimento firmano una lettera per difenderne la partecipazione, trasformando il concorso in un campo di battaglia simbolico.

Il caso esplode in vista dell’edizione 2026 a Vienna, dopo mesi in cui le pressioni per escludere Israele si sono intensificate, alimentate anche dalle polemiche seguite al secondo posto ottenuto nel 2025 dalla cantante Yuval Raphael. L’European Broadcasting Union ha deciso di non mettere ai voti l’ipotesi di esclusione, confermando la presenza israeliana, e a quel punto Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna hanno annunciato il ritiro, rivendicando una scelta politica che rompe con la tradizione del festival.

A questa linea si contrappone una mobilitazione opposta, guidata dall’organizzazione Creative Community for Peace, che ha raccolto più di mille firme tra attori, musicisti, produttori e dirigenti dell’industria culturale. Tra i nomi compaiono figure molto diverse tra loro, da Gene Simmons a Helen Mirren, da Mayim Bialik a Boy George, insieme a decine di professionisti meno esposti ma centrali nei meccanismi dell’intrattenimento globale, tutti uniti da un argomento che ruota attorno a un’idea semplice: escludere artisti in base alla loro origine nazionale svuota il senso stesso di un evento costruito per unire.

Le parole utilizzate nella lettera e nelle dichiarazioni pubbliche mostrano una linea chiara, che respinge il boicottaggio come forma di pressione e lo interpreta come un segnale di una deriva più ampia, nella quale Israele diventa oggetto di un trattamento diverso rispetto ad altri Paesi. Chi sostiene questa posizione insiste sul fatto che l’Eurovision, proprio per la sua natura, dovrebbe restare uno spazio separato dalle contese politiche, mentre chi si ritira ritiene impossibile mantenere quella separazione in presenza di una guerra così polarizzante.

Il risultato è una frattura che attraversa lo stesso mondo culturale, spesso percepito come compatto su certe sensibilità, e che ora si divide in modo evidente su Israele, replicando dinamiche già viste in altri ambiti, dalle università alle piazze. L’Eurovision, con la sua storia di apertura e con la sua capacità di attrarre un pubblico globale, amplifica questo scontro e lo rende visibile a milioni di spettatori, portando dentro il palcoscenico una tensione che difficilmente potrà essere neutralizzata con regole tecniche o modifiche di voto.

In questo contesto si inserisce la partecipazione israeliana del 2026, affidata a Noam Bettan con un brano in ebraico, francese e inglese, una scelta che sembra voler mantenere intatto il linguaggio musicale mentre tutto intorno cambia. Il punto, però, non riguarda più soltanto la gara, perché la vicenda dell’Eurovision racconta un passaggio più ampio nel quale gli spazi culturali smettono di essere neutrali e diventano luoghi di scontro, dove ogni presenza e ogni assenza assume un significato politico.


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