Home > Attualità > Crisi in Medioriente ed Europa

Crisi in Medioriente ed Europa

Tra interessi da difendere e la necessità di una scelta coraggiosa

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Crisi in Medioriente ed Europa

Il quadro mediorientale è segnato da una profonda instabilità in rapido mutamento, che non consente letture semplicistiche e fuorvianti.

È inutile, ad esempio, continuare a sottolineare gli errori degli Stati Uniti, da quelli compiuti dall’inizio del conflitto (con un isolazionismo orientato più a generare frizioni con gli alleati europei, inclusi quelli più vicini, che a costruire un consenso ampio, indispensabile in uno scenario così complesso), sino alle incertezze che accompagnano il percorso negoziale attualmente in corso. Resta il timore che i negoziati lascino irrisolti i nodi decisivi: dalla minaccia nucleare e militare iraniana, alla sicurezza di Israele, fino alla stabilizzazione delle rotte marittime.

Tutto vero, ma la realtà è questa, non un’altra.

Siamo innanzi a una crisi globale, che investe anche noi europei e sulla quale, pertanto, siamo chiamati a misurarci senza ipocrisie.
Diciamolo chiaramente: lo scontro con l’Iran era inevitabile. Il regime finanzia il terrorismo islamista, arricchisce l’uranio per dotarsi dell’arma atomica, dispone di una forza militare tale da poter colpire a migliaia di chilometri di distanza, utilizza questi strumenti come leva per destabilizzare i principali partner occidentali del Golfo.

La minaccia andava affrontata e pensare di farlo dialogando con teocrati terroristi era ed è una pia illusione. Ci hanno provato in molti – Europa, ONU e precedenti amministrazioni americane – ma sempre senza risultati.

Se oggi anche solo si parla di possibili accordi di pace, lo si deve non a un’improvvisa folgorazione sulla via di Damasco dei Pasdaran, ma all’azione di forza di Stati Uniti e Israele, che li hanno costretti al tavolo delle trattative.

L’Europa, intanto, è rimasta fuori dai giochi, in una posizione attendista e contraria al conflitto. Pur con diverse sfumature, la politica europea è sembrata rincorrere il consenso di un’opinione pubblica preoccupata dal costo della benzina al distributore, non certo animata da un nobile sentimento di Pace, né dalla difesa di un diritto internazionale ormai logoro e inefficace.

Una posizione, tuttavia, molto pericolosa, poiché se ignori la realtà e ti volti dall’altra parte, sarà poi la realtà stessa a venirti a cercare e, quando accade, spesso presenta un conto salato. Anche sul piano elettorale: prima o poi questa crisi finirà, il prezzo del greggio scenderà e gli elettori, si sa, votano alle urne in base ai propri orientamenti politici, non alla postura tenuta in un conflitto che, al momento del voto, potrebbe essere archiviato.

La neutralità è un lusso che non possiamo più permetterci. Non decidere sarebbe controproducente, perché in ballo ci sono interessi strategici troppo importanti per l’Europa per poter essere trascurati. Sono interessi intrecciati a quelli delle monarchie del Golfo, che vivono in una contrapposizione strutturale con l’Iran e sono esposte alle pressioni e alle ritorsioni della teocrazia, il cui contenimento richiede anche un contributo attivo europeo.

È una buona idea creare un fronte tra quei governi disponibili a rimboccarsi le maniche per supportare i partner storici dell’area e contribuire all’eliminazione delle pressioni destabilizzanti provenienti dal regime iraniano. Può essere la rivisitazione del c.d. “gruppo dei volenterosi”, già vista di recente e ora allargata all’Italia, ma serve quella chiarezza che sino a oggi è mancata.

Questi governi lascino le velleità antiatlantiste e pro-pal a Pedro Sánchez e compagni e si prefiggano il raggiungimento di tre obiettivi: ricucire i rapporti con Stati Uniti ed Israele; favorire, anche attraverso la leva diplomatica su cui sono tradizionalmente forti, il consolidamento degli Accordi di Abramo (unico strumento davvero in grado di assicurare la stabilità dell’area nel medio-lungo periodo); aumentare in modo consistente la spesa nel campo della difesa, visto anche che gli Stati Uniti non sono più disposti a pagare per la nostra sicurezza.

L’Europa non può marciare da sola. Ha bisogno di rimanere ancorata all’alleanza atlantica, così come ha bisogno di Israele che, anziché marginalizzato, dovrebbe essere un interlocutore privilegiato, non foss’altro per il know-how che può fornire in ambito militare e di cui abbiamo urgente necessità.

Starà poi anche alla leadership statunitense comprendere che perseverare in un incauto isolazionismo non conviene a nessuno. Ma l’Europa, dal canto suo, non deve commettere l’errore di cacciarsi in un vicolo cieco, prestando così il fianco a facili critiche di debolezza e disinteresse.
Non è sudditanza, questa. È solo un modo per tutelare i nostri interessi strategici.


Crisi in Medioriente ed Europa