Per anni lo hanno visto passare nella hall del suo albergo con la naturalezza di chi gestisce clienti, conti e piccoli problemi quotidiani, mentre in realtà conduceva una vita parallela che si muoveva lungo una linea molto più sottile e pericolosa, quella che separa l’apparenza dalla guerra invisibile. La storia di “Jonathan Moore”, pseudonimo dietro cui si nasconde un cittadino olandese, emerge adesso con forza attraverso un’inchiesta del quotidiano De Telegraaf e con l’uscita del suo libro, “La spia del Mossad”, offrendo uno squarcio su quindici anni di operazioni legate al contrasto del programma nucleare iraniano.
Tutto nasce in una provincia tranquilla del nord-est dei Paesi Bassi, al confine con la Germania, dove un ragazzo coltiva una fascinazione precoce per Israele, riempiendo la soffitta di ritagli sulle operazioni militari e sull’immigrazione nei kibbutz. Quel materiale, nascosto dietro pannelli improvvisati, diventa il primo indizio di una traiettoria che lo porterà lontano, fino a Israele, dove decide di trasferirsi, vivere in un kibbutz e convertirsi, con l’idea di entrare nelle unità combattenti. È invece l’intelligence militare a intercettarlo, riconoscendo in lui una risorsa rara, un europeo capace di muoversi senza attirare attenzione.
Il passaggio decisivo avviene dopo il ritorno nei Paesi Bassi, quando la copertura professionale nel settore alberghiero si trasforma in uno strumento operativo. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, racconta, viene contattato dal Mossad e inizia a fornire supporto logistico e informativo, inizialmente limitato e poi sempre più sofisticato. La normalità dell’hotel, con il suo flusso continuo di ospiti internazionali, si presta perfettamente a un lavoro fatto di contatti, osservazione e selezione, fino a diventare un nodo discreto dentro una rete molto più ampia.
Secondo il suo racconto, uno dei progetti più ambiziosi a cui ha contribuito riguarda lo sviluppo di un sistema di intelligenza artificiale destinato a mappare relazioni sociali e politiche all’interno dell’Iran, individuando potenziali informatori e stabilendo con loro un primo contatto. L’obiettivo non era soltanto raccogliere dati, bensì trasformare flussi dispersi in informazioni utilizzabili sul piano operativo, in una fase in cui la competizione tra servizi di intelligence si gioca sempre più sulla capacità di analisi e integrazione.
La dimensione tecnologica si intreccia però con quella più tradizionale dello spionaggio, fatta di incontri, coperture e pressione psicologica. “Moore” descrive un metodo basato su fascino personale, capacità di convincere e disponibilità di risorse economiche, che gli avrebbe consentito di avvicinare figure legate al programma nucleare iraniano e alle Guardie Rivoluzionarie. In alcuni casi, racconta, il contatto avveniva attraverso familiari o intermediari, con la promessa di progetti apparentemente innocui che nascondevano obiettivi molto più concreti.
Il racconto si fa più duro quando entra nel merito delle operazioni mirate contro trafficanti d’armi e figure chiave del sistema iraniano, in cui il lavoro di raccolta informazioni si colloca a pochi passi dall’azione letale. L’episodio in cui descrive un incontro cordiale con un obiettivo destinato a essere colpito poco dopo restituisce il livello di tensione e ambiguità che caratterizza questo tipo di attività, dove il tempo tra la relazione e l’eliminazione può ridursi a pochi minuti.
Tra i passaggi più rilevanti emerge anche il riferimento al generale iraniano Qassem Soleimani, figura centrale della proiezione militare di Teheran in Medio Oriente, la cui uccisione a Baghdad nel gennaio 2020 viene collegata, almeno in parte, a un lavoro informativo sviluppato negli anni precedenti. Il quadro che ne esce suggerisce una continuità operativa che attraversa amministrazioni e contesti diversi, adattandosi alle opportunità politiche del momento.
Resta, in controluce, la questione più difficile, quella che riguarda il senso di queste operazioni e il loro impatto. “Moore” sostiene di non avere rimpianti e di aver agito con l’idea di prevenire violenze più ampie, pensando ai civili che sarebbero stati risparmiati. È una giustificazione che torna spesso nei racconti di chi ha vissuto dentro il mondo dell’intelligence, dove la distinzione tra difesa e aggressione si gioca su piani meno evidenti rispetto a quelli della guerra dichiarata.
Il risultato è una testimonianza che illumina un segmento poco visibile del confronto tra Israele e Iran, mostrando come una parte decisiva di questo scontro si svolga lontano dai riflettori, in luoghi ordinari. Un albergo di provincia, in questa prospettiva, può diventare molto più di ciò che sembra, fino a trasformarsi in una piattaforma discreta da cui passano informazioni, relazioni e decisioni capaci di incidere sugli equilibri internazionali.
Spia del Mossad. Il direttore d’hotel e il programma nucleare iraniano