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Elezioni locali palestinesi, la sfida alla leadership di Abbas

Liste giovani, società civile e nuovi candidati mettono in discussione l’assetto politico fermo da vent’anni mentre cresce la pressione popolare per elezioni nazionali mai convocate

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Elezioni locali palestinesi, la sfida alla leadership di Abbas

Mentre gli occhi del mondo restano puntati sulla guerra e sulle sue conseguenze regionali, nei territori palestinesi si muove qualcosa di meno visibile ma potenzialmente decisivo, perché le elezioni locali che si tengono in queste settimane stanno diventando un banco di prova politico che va ben oltre la gestione municipale e tocca direttamente la legittimità di una leadership rimasta sostanzialmente immutata da due decenni.

Il dato da cui partire è semplice e insieme destabilizzante, perché l’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas si regge su un mandato presidenziale che risale al 2005, l’ultima volta in cui i palestinesi sono stati chiamati a scegliere il proprio presidente, mentre le elezioni legislative sono ferme al 2006, con il risultato che una generazione intera non ha mai votato per i vertici politici che la governano. In questo vuoto, le amministrative assumono un peso sproporzionato rispetto alla loro natura formale e diventano l’unico spazio reale di competizione.

Secondo diversi analisti e osservatori, tra cui commentatori citati da testate come Al Monitor e Middle East Eye, il voto locale si sta trasformando in un test di fiducia verso Fatah e verso la stessa struttura dell’Autorità Palestinese, anche perché Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, resta di fatto fuori da molte di queste competizioni oppure vi partecipa indirettamente, lasciando il campo a una dinamica interna al campo nazionalista palestinese.

È in questo contesto che il messaggio lanciato dall’attivista Samer Sanjalawi assume un significato politico preciso e difficile da ignorare, perché descrive un elettorato insofferente e stanco, con il 90 per cento dei palestinesi che chiederebbe le dimissioni dell’attuale leadership e l’85 per cento favorevole a elezioni presidenziali e legislative immediate, richieste che restano senza risposta mentre il calendario politico continua a scivolare in avanti senza scadenze credibili.

Dentro questo quadro prende forma un fenomeno nuovo, meno rumoroso ma concreto, perché in diverse città della Cisgiordania emergono liste guidate da candidati più giovani, spesso provenienti dall’area di Fatah ma non allineati ai suoi vertici storici, affiancati da indipendenti, professionisti, imprenditori e figure della società civile che provano a costruire un’alternativa credibile partendo dal basso.

Non si tratta di un dettaglio marginale, perché queste liste, presenti in almeno nove centri urbani rilevanti, rappresentano un bacino di oltre un milione di elettori e si muovono su un terreno che combina pragmatismo amministrativo e ambizione politica, con un obiettivo dichiarato che rompe con molte ambiguità del passato e che punta a ristabilire relazioni funzionanti con Israele, con i paesi della regione e con la comunità internazionale, dentro una cornice che viene definita liberale, democratica e moderata.

Il punto è proprio questo, perché la sfida non si gioca soltanto sui servizi locali o sulla gestione urbana, ma sulla possibilità di ridefinire la direzione politica complessiva della leadership palestinese, oggi percepita da una parte crescente della popolazione come distante, inefficace e incapace di produrre risultati tangibili, sia sul piano interno sia su quello diplomatico.

Resta da capire quanto questo fermento riuscirà a tradursi in un cambiamento reale, visto che il sistema politico palestinese è attraversato da vincoli strutturali, divisioni territoriali e pressioni esterne che ne limitano fortemente l’evoluzione, e resta aperta la domanda più delicata, perché senza elezioni nazionali il rischio è che anche questa spinta si esaurisca dentro un perimetro locale senza riuscire a incidere sul vertice.

Eppure qualcosa si muove, e non è poco, perché in un contesto segnato da anni di paralisi politica, anche una competizione municipale può diventare il primo segnale di un riequilibrio interno, o almeno il tentativo di aprire una crepa in un sistema che da troppo tempo resiste a ogni cambiamento.


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