A Bruxelles, mentre la Global Sumud Flotilla fa rotta verso Gaza, prende forma un’altra operazione molto meno visibile e forse più incisiva, perché si svolge dentro le istituzioni europee e ne sfrutta il prestigio. Il 22 aprile, sotto lo slogan dello smantellamento dell’“apartheid coloniale”, si è riunito il Global Sumud Parliamentary Congress, un evento che sulla carta riunisce parlamentari, funzionari internazionali e rappresentanti della società civile, ma che, a guardare più da vicino, rivela una trama di relazioni ben più problematica.
Secondo un’inchiesta pubblicata da Jewish Onliner, tra i relatori figurano personalità con legami documentati con organizzazioni riconducibili ad Hamas o a reti estremiste. Il dato è tutt’altro che marginale, perché non riguarda solo la partecipazione di attivisti radicali, elemento quasi fisiologico in contesti di questo tipo, ma la presenza contemporanea di rappresentanti istituzionali europei e di figure che, secondo autorità statunitensi e israeliane, operano all’interno di circuiti collegati a gruppi designati come terroristici.
Il caso più evidente è quello di Saif Abukeshek, indicato come coordinatore della flotilla e membro del segretariato generale della Popular Conference for Palestinians Abroad. A gennaio 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha classificato questa organizzazione come struttura “clandestinamente controllata da Hamas”, sostenendo che operi su mandato diretto del movimento islamista, con finanziamenti documentati già alla sua nascita. Nelle stesse carte compaiono altri nomi, tra cui Zaher Birawi, descritto dall’intelligence israeliana come figura chiave del settore Hamas nel Regno Unito e sanzionato da Washington per supporto materiale.
Accanto a questi profili si muovono figure istituzionali che danno al congresso una copertura politica rilevante. La relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese è da tempo al centro di critiche da parte di organismi di monitoraggio come UN Watch, che ha documentato la sua partecipazione a conferenze in cui intervenivano esponenti di Hamas e della Jihad islamica palestinese, oltre al fatto che dichiarazioni e rapporti da lei firmati siano stati più volte ripresi dalla propaganda di quei gruppi come strumenti di legittimazione.
Ancora più delicata è la posizione dell’eurodeputata francese Rima Hassan, finita sotto indagine in Francia con l’accusa di apologia di terrorismo in relazione a dichiarazioni pubbliche su attacchi contro civili israeliani. Il suo nome si intreccia direttamente con quello della flotilla, di cui è stata tra i volti più visibili, in un contesto in cui attivismo politico e mobilitazione internazionale si sovrappongono senza più confini chiari.
Dal lato turco emerge la figura del parlamentare Hasan Turan, che negli ultimi anni ha facilitato incontri tra dirigenti di Hamas e ambienti politici di Ankara, confermando il ruolo della Turchia come snodo operativo e diplomatico per il movimento islamista. Studi della Foundation for Defense of Democracies lo descrivono come uno degli intermediari più attivi nel costruire relazioni tra Hamas e interlocutori istituzionali.
La questione riguarda non solo la presenza di questi nomi in un convegno, perché eventi del genere sono spesso luoghi di confronto anche duro, ma la loro collocazione dentro una cornice che mescola rappresentanza democratica e reti parallele. Quando parlamentari europei condividono lo stesso spazio politico con figure inserite, direttamente o indirettamente, in strutture sanzionate, il confine tra legittima iniziativa politica e operazione di influenza diventa sottile.
La coincidenza temporale con la flotilla rafforza l’impressione di una strategia coordinata, capace di agire su più livelli: quello mediatico, con l’impatto simbolico delle navi dirette a Gaza, e quello istituzionale, con la costruzione di consenso all’interno delle democrazie europee. In questo intreccio, il linguaggio dei diritti e dell’umanitarismo funziona da veicolo efficace, perché consente di presentare come iniziativa politica legittima ciò che, secondo diverse autorità occidentali, si inserisce in una rete più ampia di sostegno a Hamas.
Il risultato è un cortocircuito che riguarda direttamente l’Europa, chiamata a fare i conti con la permeabilità delle proprie istituzioni. Lungi dall’essere un episodio isolato, si tratta di un modello che tende a ripetersi, in cui organizzazioni opache trovano spazio accanto a soggetti pienamente legittimi, sfruttandone la credibilità. Ed è proprio questa sovrapposizione, più ancora dei singoli nomi, a rendere il caso del Global Sumud Congress un segnale da non sottovalutare.
Congresso Global Sumud. A Bruxelles parlamentari europei insieme a filo-Hamas