Un invito a un festival letterario si trasforma in un detonatore che rivela quanto il mondo culturale sia oggi attraversato da fratture profonde, difficili da ricomporre. Il rifiuto di J. M. Coetzee di partecipare al Festival Internazionale degli Scrittori di Mishkenot Sha’ananim, in programma a Gerusalemme dal 25 al 28 maggio, è un atto politico che riapre uno scontro ormai permanente tra una parte dell’intellettualità occidentale e Israele.
La motivazione addotta dallo scrittore sudafricano è netta e senza sfumature. Nella risposta inviata alla direttrice del festival, Julia Fremanto-Zeisler, Coetzee parla di una “campagna di genocidio” condotta da Israele a Gaza e sostiene che l’intera società israeliana, comprese le sue componenti culturali, non possa sottrarsi a una responsabilità collettiva. Da qui la conclusione, altrettanto drastica, secondo cui sarà necessario un lungo processo per “ripulire” il nome di Israele, ammesso che esista una volontà in tal senso.
Parole che non restano isolate, ma si inseriscono in una tendenza più ampia, quella del rifiuto di una parte significativa del mondo letterario di avere qualsiasi forma di collaborazione con istituzioni israeliane. È un fenomeno che si manifesta spesso sotto forma di boicottaggio culturale e che si fonda su una lettura radicale del conflitto, in cui non esistono distinzioni tra Stato, società e individui.
La risposta della direttrice del festival, Julia Fremanto-Zeisler, rompe questo schema e riporta la discussione su un piano più concreto e più umano. Nella sua lettera, rivendica la necessità di chiamare le cose con il loro nome, contestando l’idea che il 7 ottobre possa essere ridotto a una “provocazione” e ricordando che quell’attacco è stato pianificato per anni con un obiettivo esplicito, colpire gli ebrei in quanto tali. È un passaggio che cambia il punto di vista, perché sposta l’attenzione dall’astrazione politica alla realtà della violenza subita.
Fremanto-Zeisler non si limita a una replica polemica. Il suo è un tentativo di riaprire un dialogo che, nelle parole di Coetzee, appare chiuso in partenza. Scrive da scrittrice e da cittadina, mettendo in gioco la propria esperienza personale dopo il 7 ottobre, e chiede implicitamente agli intellettuali occidentali di uscire da una posizione che rischia di diventare giudizio senza ascolto. Quando ricorda che la letteratura “non è fatta per tacere o scomparire”, indica una responsabilità che va oltre il singolo conflitto e riguarda il ruolo stesso degli scrittori nello spazio pubblico.
Il festival, nonostante le defezioni, si terrà comunque, con la partecipazione di autori internazionali e israeliani che hanno deciso di esserci. La presenza di scrittori come Joseph Finder, Dara Horn, Steven J. Zipperstein ed Erri De Luca segnala che il campo non è uniforme e che, accanto al rifiuto, esiste anche una volontà di confronto, di presenza, di condivisione di un momento che molti percepiscono come decisivo.
In questo scenario, la figura di Coetzee assume un valore simbolico. Premio Nobel, autore di riferimento, rappresenta una voce che pesa e che contribuisce a orientare il clima culturale. Proprio per questo, il suo rifiuto non può essere liquidato come una scelta individuale, ma va letto come parte di una dinamica più ampia, in cui la letteratura rischia di diventare uno strumento di separazione anziché di comprensione.
La domanda che resta sospesa riguarda il futuro di questo dialogo sempre più difficile. Se la cultura rinuncia a essere uno spazio di incontro e si trasforma in un terreno di sanzione reciproca, il rischio è che le parole smettano di aprire possibilità e diventino semplicemente armi. In quel caso, non sarebbe soltanto Israele a pagare il prezzo di questa chiusura, ma la stessa idea di letteratura come luogo in cui il conflitto può essere attraversato senza essere cancellato.