«Aldo dice 26×1»: così, nella tradizione resistenziale, Radio Londra trasmise il 25 aprile 1945 il messaggio cifrato che chiamò all’insurrezione generale contro l’occupazione nazifascista. Torino, Milano, le altre città del Nord.
Il 25 aprile è la data di nascita dell’Italia libera, democratica, repubblicana. Non è una celebrazione come le altre, non è la giornata di una parte. È la festa nazionale della Liberazione, e appartiene – tutta – a tutte le italiane e a tutti gli italiani.
Fu il «miracolo» – per dirla con Giovanni De Luna – di una Resistenza plurale: azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici, persino ex fascisti delusi. Non un esercito compatto, ma una rete ideale. Partigiani in montagna, scioperanti nelle fabbriche, seicentomila militari internati che dissero «no» al giuramento di Salò. E fu Resistenza civile, senza armi: donne, religiosi, funzionari dello Stato che nascosero soldati alleati, falsificarono documenti per salvare ebrei, stamparono volantini. Scriveva Claudio Pavone: «Essere pietosi verso altri esseri umani era di per sé una manifestazione di antifascismo e di resistenza. Il fascismo aveva insita l’ideologia della violenza, la pietà non era prevista».
E ci furono gli Alleati: circa trecentocinquantamila soldati venuti da Paesi lontani morirono per liberare l’Italia: li sentiamo come nostri fratelli, sotto le lapidi bianche dei cimiteri che costellano la Penisola. Fra loro, i cinquemila volontari della Brigata Ebraica, italiani e non, giunti dalla Palestina per combattere col loro vessillo in Toscana ed Emilia-Romagna. Un nome, Enzo Sereni: ebreo romano, sionista laico e socialista, cofondatore del kibbutz Givat Brenner, ufficiale britannico paracadutato nel Nord Italia nel maggio 1944, catturato, torturato e fucilato a Dachau il 18 novembre 1944.
Prima ancora di essere una vittoria militare, la Resistenza fu una scelta morale, la stessa che vediamo oggi nell’Ucraina aggredita: «Giustizia, Libertà, Patria», le parole che ricorrono come un rosario laico nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza.
È solo dal patriottismo costituzionale che può dipartire oggi una consapevolezza moderna dell’essere italiani nell’Europa, rimasta tra gli ultimi baluardi della democrazia liberale.Suonano sempre più attuali le parole di Alcide De Gasperi, padre della Patria e dell’Europa, e faro da cui farsi guidare in questo mare sempre più in tempesta: “la mia politica è evitare la guerra; possiamo farlo solo se siamo forti, se siamo uniti in Europa e abbiamo forza morale oltre che militare”.
È questo antifascismo a chiedere anticorpi contro il ritorno dei suoi fantasmi: i populismi che deridono le istituzioni, praticano l’odio nei confronti del diverso, negano la scienza, offrono soluzioni semplici a problemi complessi. Il revisionismo che nega i fatti – non quello che aggiorna le interpretazioni, avvertiva Vittorio Foa, otto anni di carcere fascista sulle spalle. L’antisemitismo travestito da antisionismo, quando un solo Stato al mondo diventa il bersaglio simbolico di ogni male. Le autocrazie che impongono le loro logiche, fatte di propaganda, minacce e guerra d’aggressione.
Proprio per questo il 25 aprile non può diventare un’arena geopolitica, né una piazza a inviti. Hanno diritto di cittadinanza le bandiere di chi stava allora, e sta oggi, dalla parte giusta della libertà. Non hanno titolo, invece, i simboli di chi stava dall’altra parte allora, e di chi dall’altra parte sta oggi: regimi assolutisti e criminali, repubbliche-fantoccio, movimenti che fanno dell’apologia della violenza e dell’odio etnico o religioso la propria bandiera. Né hanno titolo tematiche che nulla hanno a che fare con la nostra storia.
Timothy Snyder ce lo ricorda: «la libertà non è assenza di male ma presenza di bene; non si eredita e non è data ma è pratica concreta da mettere in atto ogni giorno; non è libertà “da” ma libertà “di”, libertà di realizzare cose, di prendersi dei rischi per il futuro che desideriamo». E la libertà, come la Liberazione, o è di tutti, o non è.
Il 25 aprile che ci tiene insieme
Luca Aniasi
Presidente Nazionale FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane