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⌥ L’antisemitismo con la clausola

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Ogni volta la stessa scena, che ormai ha qualcosa di rituale e di stanco: si condanna l’antisemitismo con parole impeccabili, si invoca la storia, si cita la memoria, e un attimo dopo, con una naturalezza disarmante, si apre la parentesi che rimette tutto in discussione. Sì, però. Sì, ma. Sì, certo, ma bisogna capire, contestualizzare, distinguere. È in quel passaggio che la condanna si svuota e diventa una formula, una specie di gesto automatico che serve più a mettersi al riparo che a prendere posizione.

Il risultato? E’ sotto gli occhi di tutti. Un odio che non ha mai bisogno di nascondersi davvero, perché sa di poter contare su una rete di attenuanti preventive. Nessun altro razzismo gode di questo trattamento di favore, nessun’altra forma di violenza viene accompagnata con tanta costanza da un apparato di giustificazioni, esplicite o sussurrate, che la rendono quasi comprensibile, se non addirittura inevitabile.

Alla fine resta una domanda semplice, forse persino brutale: se anche davanti all’odio più antico serve sempre una spiegazione, allora la condanna a cosa serve davvero?


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