C’è un dato che dovrebbe togliere il respiro: ventimila candidati in Francia, costruiti pezzo dopo pezzo nell’orbita dell’islam politico, con l’obiettivo dichiarato di entrare nelle istituzioni locali e nazionali. E noi continuiamo a trattarlo come folklore, come allarme esagerato, come materiale da talk show del pomeriggio.
La verità è semplice e scomoda: qualcuno lavora sul lungo periodo mentre noi viviamo nel ciclo di ventiquattrore. Loro costruiscono consenso, presidiano territori, organizzano liste, parlano a comunità precise. Noi discutiamo se sia il caso di discuterne. E nel frattempo ci raccontiamo che si tratta di “derive”, di “casi isolati”, di “strumentalizzazioni”.
È politica, nel senso più pieno e serio del termine. Solo che è una politica che non ci piace riconoscere, perché obbliga a prendere posizione, a dire dei no, a smettere di galleggiare tra ambiguità e convenienze.
E così accade sempre la stessa cosa, e cioè: quando il fenomeno è ancora reversibile lo si minimizza, quando diventa evidente lo si subisce. Poi ci si stupisce. Poi si invocano soluzioni tardive. Poi si ricomincia da capo. La lunga marcia è già cominciata. Il problema è che noi restiamo fermi a discutere se esista davvero.
La lunga marcia che fingiamo di vedere
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