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⌥ Il Libano e la morale intermittente

Bruno Talamo

Tempo di Lettura: 2 min


Quando Israele si prende una fascia di sicurezza nel sud del Libano, la parola torna a circolare con una rapidità quasi comica ed è un via vai di paroloni come: escalation, abuso, deriva e chi più ne ha più si avventuri. Il riflesso è immediato: tutti pronti a spiegare che si è superata una linea. Peccato che quella linea, negli anni precedenti, non l’abbia vista nessuno.

Per anni Hezbollah ha colpito il nord di Israele con una regolarità che non faceva notizia. Villaggi evacuati, famiglie costrette a vivere sotto minaccia costante, un confine trasformato in una zona grigia dove la guerra c’era già ma senza titolo in prima pagina. Nessuna indignazione sistemica, nessuna mobilitazione permanente, nessun linguaggio solenne. Era rumore di fondo.

Poi cambia l’attore che si muove e improvvisamente il rumore diventa scandalo. Israele crea una fascia di sicurezza e il lessico si infiamma, come se il conflitto fosse nato ieri. In realtà è la reazione che arriva con anni di ritardo, selettiva e perfettamente calibrata: non sulla violenza in sé, ma su chi la esercita.

Siamo di nuovo davanti a quel fenomeno un po’(molto) nauseabondo che prende il nome di “morale a intermittenza, una robetta che si accende quando conviene e si spegne quando disturberebbe. E ogni volta che si accende, pretende pure di spiegare al mondo come si sta dalla parte giusta.


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