“Bisogna muoversi verso la pace”. È la frase che torna con puntualità rassicurante, come se bastasse dirla per darle un contenuto. La ripetono leader, editorialisti, commentatori, star del cinema, commesse e impiegati, manager e atleti e si sentono subito buoni, dalla parte del giusto, del ragionevole.
La parola pace è insomma una (mediocre) formula magica, una coperta tirata sopra una realtà che non si vuole guardare davvero.
Il problema è che nessuno spiega cosa significhi. Con chi si fa la pace, mentre Hezbollah resta armato e Hamas continua a esistere? Su quali basi, mentre l’Iran tratta e minaccia nello stesso momento? Con quali garanzie, in un’area in cui ogni tregua dura il tempo di riorganizzarsi?
Dire pace oggi è un modo finto elegante per non entrare nel merito. È un linguaggio che evita nodi veri come sicurezza, deterrenza, equilibrio di potenza. Tutte parole scomode, che richiedono a loro volta altre parola imbarazzanti – e impegnative – tel tipo: scelte, responsabilità, costi.
La pace, invece, è gratuita. Non chiede nulla e non obbliga a niente mentre diventa un rifugio retorico, parola buona per tutte le stagioni, utile per prendere posizione senza prenderla davvero. E soprattutto utile per non ammettere che, prima della pace, esiste un’altra cosa molto meno nobile ma decisiva: la realtà.
Eccoci arrivati al dunque. Finché la pace resta una parola e non un progetto, serve più a chi la pronuncia che a chi dovrebbe farla. E infatti continua a essere ripetuta. Sempre uguale e sempre vuota.
La pace, parola rifugio
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