Fabio Mussi si chiede se chi sta con Trump e Israele sia “estremista o moderato”. Domanda curiosa, pronunciata da una sinistra che da vent’anni perde operai, periferie, elezioni e perfino il vocabolario della realtà, ma continua a parlare come un aristocratico decaduto che distribuisce pagelle morali dal divano buono di casa.
Ormai il copione è questo: se vincono gli altri è colpa della propaganda, del capitalismo, del populismo, degli algoritmi, dell’universo mondo. Mai, per carità, che venga il sospetto di essersi trasformati in una caricatura autoreferenziale, in un club di reduci che si applaudono tra loro mentre il mondo cambia indirizzo.
E poi quella posa da eterni resistenti. Sempre contro qualcosa, naturalmente dal centro di una redazione, da un festival letterario o da un attico con vista. Trump barbaro. Israele fascista. L’America criminale. Però gli ayatollah sono “complessi”, Hamas va “contestualizzato” e chiunque non si inginocchi davanti al catechismo progressista diventa automaticamente impresentabile.
Più che rivoluzionari sembrano collezionisti di indignazioni vintage. Parlano ancora come se il Muro fosse in piedi, come se bastasse pronunciare “antifascismo” tre volte davanti allo specchio per far sparire il disastro politico e culturale che hanno prodotto.Intanto la gente normale li guarda, sbadiglia e cambia canale.
Bidoni della spazzatura
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