Il concertone del primo maggio è ormai una terapia di gruppo con amplificazione Rai. Sul palco si vende coscienza civile a pacchi famiglia, in platea si sfoga una frustrazione che ha bisogno di sentirsi nobile e trova subito il bersaglio: Meloni, Mussolini, i fascisti, gli infamoni, la feccia, l’universo intero che non applaude a comando.
Gli organizzatori conoscono il mestiere e apparecchiano il rito con furbizia chirurgica: un po’ di lacrima sociale, un po’ di pugno chiuso scenografico, un nemico evocato al momento giusto. Il pubblico ringrazia, perché sentirsi migliori costa meno che pensare.
Poi arrivano i politici, con quella faccia da neocresimati, a benedire la liturgia come piccoli papi da retropalco. Non dicono nulla, naturalmente. Però stanno lì, e tanto basta. Dio che pena.
Il karaoke dei giusti
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