Un ragazzo spara, viene fermato, indagato. Fine della storia? Neanche per sogno. Nel giro di poche ore il singolare si trasforma in plurale, l’individuo diventa un popolo, la responsabilità personale si dissolve e riappare la vecchia scorciatoia: “gli ebrei”. È un riflesso pavloviano, qualcosa che scatta senza bisogno di prove, senza nemmeno il fastidio del ragionamento.
Il meccanismo è sempre lo stesso, solo più rapido, più sfacciato. Si parte da un fatto grave, lo si allarga, lo si deforma e lo si consegna all’opinione pubblica come conferma di un pregiudizio già pronto. Non serve costruirlo, è lì da secoli, basta riattivarlo. E infatti funziona, altroché se funziona. Funziona benissimo.
Va da sé che nessuno paga questo passaggio. Nessuno si ferma a dire che è una falsificazione, una manipolazione, una vigliaccata. Si preferisce restare nel comodo equivoco, dove tutto si confonde e ogni responsabilità diventa collettiva, purché sia quella giusta.
Così nasce il colpevole perfetto: sempre disponibile, sempre pronto e sempre lo stesso. Cambiano i fatti, cambia il contesto, cambia perfino il linguaggio. Solo lui resta, e ogni volta trova qualcuno disposto a usarlo.
Il colpevole perfetto
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