Appena compare la parola “imam”, una parte dell’intellighenzia italiana entra in uno stato quasi mistico. Spariscono dubbi, cautele, prudenza.
Arrivano invece appelli, interrogazioni, mobilitazioni, tam tam social e il solito coro di anime belle che fiutano l’ennesima occasione per sentirsi dalla parte giusta della Storia. Stavolta tocca all’imam Al-bustanj, detenuto e descritto immediatamente come vittima di persecuzione politica, sanitaria, morale, cosmica. Naturalmente con Mimmo Lucano in prima fila, perché ormai manca soltanto che intervenga sulle previsioni del tempo.
La scena è sempre identica. Se un prete finisce nei guai, si pretende giustamente di capire cosa sia successo. Se un imam viene sfiorato da accuse pesanti o da frequentazioni opache, invece, il problema diventa subito il razzismo, l’islamofobia, la cattiveria dell’Occidente. Guai a fare domande. Guai a pretendere chiarezza.
Nel frattempo l’islamismo radicale continua tranquillamente a infiltrarsi nei quartieri, nelle scuole, nelle associazioni, perfino nei luoghi di lavoro, mentre una parte della sinistra italiana recita ancora la parte dei crocerossini multiculturali. Con un dettaglio grottesco: quelli che si proclamano antifascisti militanti finiscono regolarmente per fare da scudo ai peggiori reazionari in circolazione. Basta che parlino arabo e abbiano un imam davanti al nome.
Bidoni della spazzatura
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