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⌥ La rivoluzione in salotto

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Un tempo i comunisti facevano paura. Avevano quadri dirigenti, scuole di partito, strategie internazionali, una disciplina quasi militare e, dettaglio non trascurabile, milioni di morti lasciati lungo il cammino della loro utopia. Avversari seri, duri, spesso spietati. Oggi invece capita di vedere il comunista americano che vola a Teheran per prendere il tè con gli ayatollah e farsi intervistare dalla propaganda della Repubblica islamica, convinto pure di stare dalla parte giusta della Storia. Più che il Komintern sembra una gita Erasmus organizzata male.

La vecchia falce e martello ormai si è trasformata in calce e cartello: la calce per occupare la seconda casa “contro il capitalismo immobiliare”, il cartello da sventolare nei cortei propal tra una kefiah comprata online e una lezione improvvisata di geopolitica letta su TikTok. La casella lasciata vuota dal vecchio comunismo è stata occupata da una sinistra bislacca, teatrale, che passa con disinvoltura dai diritti civili all’adorazione di regimi teocratici purché antiamericani, antioccidentali e soprattutto anti-israeliani.

Bisognerebbe proteggerli, questi rivoluzionari in felpa e cappuccino d’avena. Metterli sotto una teca, come reperti archeologici di un’epoca finita male. Con accanto una targhetta: “Attenzione, specie incapace di riconoscere una dittatura anche quando la dittatura la invita a bere il tè”.


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