C’è una parola per ogni cosa, ormai. Genocidio, apartheid, pirateria, stato canaglia. Le trovi infilate ovunque, buttate lì con una leggerezza che non è certo distrazione ma vera e propria e sciagurata scelta. Più il termine è estremo e più funziona. Più svuota il discorso e più riempie le piazze.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti e così il linguaggio non serve a descrivere ma ad aggredire, non aiuta a chiarire ma a polarizzare. Chi dovrebbe pesare le parole le usa come clave e chi ascolta smette di distinguere. Tutto diventa uguale e intercambiabile. E quando tutto è “genocidio”, niente lo è davvero.
Ti svegli una mattina di sole e ti accorgi che le parole che servivano a nominare l’orrore sono diventate slogan da cartellone. A quel punto non resta più niente per dire l’orrore vero.
Parole consumate
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