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⌥ Equidistanza, l’arte di non capire nulla

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L’equidistanza è la foglia di fico più elegante che abbiamo inventato per non scegliere. Alla Biennale si celebra la messa in posa comoda: Israele e Russia messi sullo stesso piano, stessa riga, stessa esclusione, come se bastasse un tratto di penna per trasformare realtà diverse in un unico oggetto morale. Funziona così: si prende un regime che elimina oppositori, controlla media e giustizia, decide la guerra senza contrappesi; accanto gli si affianca una democrazia imperfetta, litigiosa, con un governo criticabile finché si vuole, ma che vive di elezioni vere, tribunali indipendenti e alternanza possibile. Poi si pronuncia la parola magica, “equidistanza”, e il gioco è fatto.

Il problema è che la realtà non collabora. In Russia, se perdi, sparisci; in Israele, se perdi, prepari le valigie e torni a fare opposizione. Mettere tutto nello stesso sacco non è neutralità, ma semmai una rinuncia a capire, un modo per lavarsi le mani senza nemmeno l’acqua.

Sui verdetti della Corte penale internazionale si potrebbe aprire un capitolo lungo e scomodo. Ma qui il punto è più semplice: l’equidistanza come riflesso automatico, come estetica della prudenza, produce solo confusione morale. Così salta bussola salta e ogni scelta diventa arbitraria, perfino quella di chi dovrebbe giudicare.


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