Succede a Roma, viale Marconi: un ebreo, kippah in testa, insultato e spintonato. Dalle parole alle mani, siamo al punto d’arrivo di una lunga educazione all’odio che abbiamo lasciato crescere senza disturbarla, anzi spesso coccolandola, legittimandola, spiegandola, giustificandola.
E infatti, puntuale come un orologio rotto, arriva il coro di ‘ohhh’ e di ‘ahhh’. Che orrore. Ma come è potuto accadere. La sorpresa recitata con l’aria di chi cade dalle nuvole, mentre le nuvole le ha riempite lui stesso per mesi, anni, di veleno. Editoriali, monologhi, canzoni, spettacoli, post, interviste: una lenta e costante riduzione dell’ebreo a bersaglio legittimo, a problema, a simbolo da colpire. Poi però, appena qualcuno colpisce davvero, tutti a fare i raffinati custodi della civiltà.
E allora sì, fate pure gli scandalizzati. Indignatevi a comando, firmate appelli, invocate la tolleranza. Ma almeno abbiate il coraggio di guardarvi allo specchio. Perché quello che è successo a viale Marconi non nasce lì, nasce molto prima. Nasce anche da voi.
Lo scandalo del giorno dopo
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