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Suez 1956, Iran 2026: quando le vittorie militari non bastano

Dalle analogie con la crisi del Sinai alla sfida della teocrazia iraniana, il nodo resta lo stesso: senza traduzione politica, anche i successi sul campo si consumano nel tempo

Massimo Longo Adorno

Tempo di Lettura: 4 min
Suez 1956, Iran 2026: quando le vittorie militari non bastano

Gli eventi della scorsa settimana connessi alla decisione di Donald Trump di sospendere le operazioni militari contro l’Iran che andavano avanti ininterrottamente dal 28 febbraio hanno spinto molti commentatori ad articolare un paragone tra la campagna Epic Fury o Roaring Lion, per come la definiscono gli israeliani, e un evento di cui nell’autunno di quest’anno si ricorderà il settantesimo anniversario: la campagna militare del Sinai dell’ottobre-novembre 1956.
Come adesso, nel 1956, l’operazione Kadesh, nome in codice dato all’operazione militare che Israele condusse contro l’Egitto di Nasser, simultaneamente all’operazione militare anglo-francese in risposta alla nazionalizzazione del canale di Suez da parte di Nasser, lasciò spazio a una duplice interpretazione sul piano militare e politico. Infatti, anche allora sul campo il successo militare israeliano fu travolgente. Tzahal occupò in soli tre giorni la Striscia di Gaza e l’intera Penisola del Sinai mentre l’avanzata anglo-francese in direzione del Canale di Suez procedeva speditamente. L’incapacità di tradurre i successi militari in vantaggi politici, soprattutto a opera dei governi di Londra e Parigi, causò però il fallimento politico dell’operazione: fallimento evidenziato dal rifiuto degli Stati Uniti di appoggiare l’operazione di regime change al rovesciamento del regime di Nasser in Egitto. Le similitudini con la situazione attuale sembrerebbero in effetti piuttosto numerose, con la differenza sostanziale rappresentata dal ruolo degli USA che adesso sono parte effettivamente belligerante.

I sorprendenti successi sia a livello aereo-navale che di intelligence conseguiti da Israele e dagli USA non hanno infatti prodotto il crollo del regime fondamentalista iraniano, che nonostante tutto è riuscito a rimanere in piedi, producendo a sua volta una controffensiva che ha finito per coinvolgere tutta l’area del Golfo Persico e colpendo ripetutamente Israele in tutto il suo territorio nazionale. Le analogie però fanno presto a esaurirsi. Mentre nel 1956 il nemico di Israele e della coalizione anglo-francese era costituito dal regime laico e pan-arabista di Nasser, salito al potere due anni prima, nel 1954, il nemico ora è una teocrazia feroce che da 47 anni esporta il dogma del fondamentalismo islamico in tutto il mondo e che nei primi giorni di guerra ha visto decapitata la sua leadership, con conseguente incertezza sulla reale identità e consistenza degli interlocutori con cui si dovrà dialogare ora. I pessimisti sostengono che si tratti dell’ennesima schermaglia diplomatica destinata a esaurirsi in un nulla di fatto e ritengono altamente probabile e nell’interesse di Israele la ripresa dei combattimenti per affossare definitivamente il regime fondamentalista e teocratico di Teheran.

Gli ottimisti sostengono, viceversa, che i danni che Israele ha inflitto all’Iran siano già di per sé così rilevanti dall’inibire al regime islamista qualsiasi iniziativa militare da qui ai prossimi anni e mettono in evidenza come il successo militare ottenuto da Israele nel 1956 sia riuscito a procurare allo Stato ebraico dieci anni di pace. Questo è vero. Ma allo scoccare dell’undicesimo anno, l’Egitto di Nasser, che aveva ricostruito nel frattempo con l’aiuto sovietico il proprio arsenale militare, fece precipitare la regione in una nuova crisi politico-militare culminata nella guerra dei Sei giorni. Alla luce della situazione odierna, è lecito presumere che un Iran sempre a guida islamista possa metterci assai meno a ricostruire il proprio arsenale militare ponendo così una minaccia mortale tanto all’esistenza di Israele quanto alla sicurezza geopolitica mondiale.

Stando così le cose, ipotizzare quale scenario tra quelli proposti sia il più probabile appare quantomeno azzardato. Nonostante tutto, però, rimane sempre vero un dato di fatto. Il trascorrere del tempo senza una modifica sostanziale dell’equilibrio preesistente rafforza sempre le dittature e quasi mai le democrazie. Israele dovrà inevitabilmente tener conto anche di questo fatto nell’articolazione complessiva della sua strategia, sia per il presente che per il futuro.


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