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YOM HASHOA WEHAGVURA 5786

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YOM HASHOA WEHAGVURA 5786

Qui di seguito il discorso che rav Riccardo Shmuel Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, ha pronunciato la sera del 13 aprile all’inizio di Yom haShoah presso il Tempio maggiore della capitale e che pensiamo spieghi e racchiuda in modo esemplare il senso di questa giornata di dolore e di riflessione.


YOM HASHOA WEHAGVURA 5786

13 aprile 2026

L’evento di questa sera suscita emozioni, tanto più forti nel periodo che stiamo attraversando. Proviamo a ragionare su tutto questo. Sappiamo che la storia, nel senso della successione di eventi oggettivi, è cosa diversa dalla memoria, che è soggettiva, personale e selettiva. Quando ricordiamo qualcosa, scegliamo sempre cosa ricordare e a che cosa dare importanza. Questo vale per le persone e per le comunità, più o meno larghe. A questa regola non sfugge la memoria della Shoah, tra le più grandi tragedie che ha colpito il nostro popolo. Ognuno la ricorda a modo suo, e quando si è dovuto decidere come ricordarla collettivamente,con giorni speciali, le scelte sono state spesso divisive.

Oggi i giorni della memoria sono diversi, c’è ad esempio il 27 gennaio, che è stato deciso da diversi parlamenti europei. Nel mondo ebraico la data di oggi viene celebrata per una decisione presa dal parlamento israeliano, nei primi anni ’50, con un titolo e una data che davano un’indicazione precisa: non solo yom hashoà ma anche wehagvurà, dove ghevuràsignifica eroismo e nelle intenzioni dei legislatori si riferivaall’eroismo dei resistenti che si opposero in armi ai nazisti; per questo fu scelta la data del soffocamento della rivolta del ghetto di Varsavia, a due settimane dall’inizio, la prima sera di Pesach del 1943. La decisione israeliana fu in qualche modo polemica con la sua sottolineatura della rivolta armata, e fu quasi avvertita come poco rispettosa rispetto alle altre vittime che non avevano potuto o voluto difendersi.

È stato poi risposto che per tutte le vittime bisognava parlare di ghevurà, la sola identificazione ebraica in tempi di persecuzione era un atto di eroismo. In ogni caso la ghevurà, nel senso di lotta armataebraica,c’è stata e come, per quanto sommersa dall’immagine delle pecore mandate al macello: più di un milione di ebrei combattenti nei vari eserciti alleati, e i resistenti in tutti paesi occupati. Solo qui in Italia, Liliana Picciotto, la storica del CDEC sta pubblicando le schede di più di 800 ebrei partigiani, una cifra notevole se siconsidera il numero totale dei partigiani in Italia.


La scelta del parlamento israeliano nasceva da un’idea fondamentale nel Sionismo e nella fondazione dello Stato, che era quella di cambiare il senso della storia ebraica, di agire invece di subire, di non essere più vittime ma protagonisti attivi del proprio destino. C’era una polemica di fondo contro la diaspora e anche con la tradizione religiosa: nel calendario ebraico i giorni in cui si ricordano eventi tristi della nostra storia sono anche l’occasione per riflettere suinostri errori e in questo caso la riflessione o non c’era o l’errore da denunciare era quello di non essersi difesi.Settant’anni hanno un po’ ridimensionato queste polemiche, ma i temi di fondo rimangono, anzi sono estremamente attuali, e accendono il dibattito all’interno di Israele e delle nostre comunità. Per noi si tratta di definire la nostra identità. Ma non è solo una discussione interna. Sono gli stessi temi con cui il mondo esterno ci guarda, ci giudica e ci condanna severamente. Tra i motivi dell’ostilità sempre più forte contro di noi c’è proprio l’incomprensione e l’inaccettabilità dell’immagine di ebreo non più passivo. Questa è una delle chiavi principali per capire quello che si è scatenato intorno a noi dal 7 ottobre del 2023 e che continua a coinvolgerci quotidianamente.

Prendiamo uno dei motti che ha guidato l’ebraismo dopo la Shoah: “mai più”, never again in inglese. Questo motto è stato inciso in varie lingue nelle lapidi erette nei luoghi dello sterminio, Anche in lingua ebraica dove èלעולם לא עודleolam lo od.

Con una forzatura, perché nell’ebraico classico queste tre parole di seguito non ci stanno, c’è לעולם לא leolam lo, oppure לא עוד lo od. C’è una sottile differenza. È quella che c’è tra dire: “non ti voglio più vedere” e “non ti voglio MAI più vedere”. Nel “mai più” c’è un’aggiunta, un assoluto che forse nella lingua antica non c’era.

Ma che significa “mai più”? Vi sono due modi per leggere questo mai più: uno in chiave universale, l’altro in chiave particolare, nazionale. In chiave universale significa che quello che è successo al popolo ebraico non deve più succedere a nessun popolo della terra. La chiave nazionale è che il popolo ebraico farà di tutto per impedire che qualcuno lo distrugga. Si armerà e combatterà. E anche se non riuscisse a impedire del tutto i propositi nemici, questi non rimarranno impuniti, pagheranno per le loro azioni. Entrambe le chiavi sono importanti, ma hanno dei limiti e come si vede in questi anni possono entrare in collisione. Perché dire che nessun popolo debba subire quello che noi abbiamo subito, e che proprio noi dobbiamo dare l’esempio, è giusto e condivisibile, ma diventa uno strumento polemico che si ritorce contro gli ebrei quando si presenta la guerra in corso come un’altra strage di innocenti, un genocidio, si equipara shoà a naqba. È un’operazione di propaganda che matura da decenni e che serve per confondere le storie, cancellare la shoà, banalizzare i sopravvissuti e mettere sotto accusa i discendenti.


D’altra parte, è giusto dire che la memoria della Shoah non deve diventare un alibi per fare qualsiasi cosa impunemente, ma di nuovo anche questo diventa un argomento che si ritorce sistematicamente contro qualsiasi tipo di difesa venga messa in atto. In queste contrapposizioni non c’è mai una via di mezzo, o siamo vittime o siamo persecutori, c’è la volontà di negare un diritto alla difesa che invece può e deve essere esercitato senza per questo diventare persecutori.

L’aspetto comune di queste distorsioni è la persistenza di un mito, quello dell’ebreo come vittima, che va compatito come vittima, ma che non si deve permettere di comportarsi come farebbe qualsiasi altra persona o nazione, difendersi. Al massimo può farlo con i nazisti, ma dopo, secondo questa teoria, non ci sono più nemici, ci vogliono tutti bene e siamo noi i cattivi. Il 27 gennaio è diventato il giorno in cui ci dicono “ma proprio voi…”, il 25 aprile si sono dimenticati dei nostri partigiani e agitano altre bandiere.Il minimo che ti dicono, lo vediamo in questi giorni, è che quello che si fa è illegale.

Questo non significa appoggiare a priori le scelte di qualsiasi governo, che, come creatura umana, può essere nel giusto o sbagliare ed essere criticato. Significa su un piano più alto definire i limiti decenti entro i quali discutere. In questo nostro giorno della Memoria entrano in crisi tanti miti. Come il mito dell’ebreo vittima. Se si prova a non esserlo più ti dicono che ti stai suicidando. Un bel paradosso, ma qui non è l’ebreo che muore, è la sua immagine falsata. All’opposto il mito dell’ebreo guerriero che per quanto per alcuni sia confortante non deve diventare l’ideale ebraico ma al massimo una necessità. E ancora un altro mito, quello dell’universalismo umanitario astratto. La dimensione particolare e quella universale nell’ebraismo non sono dissociabili. Il messaggio universale non può fare a meno del messaggio particolare, e quello particolare non ha senso completo se non ha una prospettiva universale. Dai tempi dei profeti cerchiamo la pace tra i popoli e la fine delle violenze, ma non possiamo e dobbiamo rinunciare al diritto di esistere e di difenderci.

Questo è il messaggio che trasmettiamo in questo triste giorno di memoria, in cui ci inchiniamo nel ricordo delle nostre vittime, malgrado tutto quello che succede e proprio per quello che succede.עם ישראל חי


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