Molto prima che Iran e Israele si trovassero su fronti opposti, il territorio iraniano era già stato un campo di battaglia in cui passava una linea decisiva della storia mondiale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa bruciava e l’Unione Sovietica rischiava il collasso sotto l’avanzata nazista, proprio l’Iran diventava uno snodo strategico vitale. E dentro quel teatro lontano, spesso rimosso dalla memoria collettiva, combattevano anche soldati ebrei, inseriti nelle forze alleate e impegnati in operazioni che avrebbero avuto conseguenze ben oltre quel conflitto.
Il contesto è quello dell’invasione anglo-sovietica del 1941. Reza Shah Pahlavi aveva dichiarato la neutralità del Paese, ma quella neutralità appariva fragile e sospetta. I rapporti economici con la Germania nazista si erano intensificati, mentre Londra e Mosca temevano che Berlino potesse mettere le mani sui giacimenti petroliferi iraniani e, soprattutto, interrompere le vie di rifornimento verso il fronte orientale. L’intervento fu rapido: il sud occupato dagli inglesi, il nord dai sovietici, e lo Shah costretto ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza Pahlavi.
Dentro questa operazione si sviluppa uno degli snodi logistici più importanti della guerra, il cosiddetto Corridoio Persiano. Attraverso porti, ferrovie e strade che attraversavano l’intero Paese da sud a nord, passavano armi, mezzi, carburante, cibo. Era la linfa che permetteva all’Unione Sovietica di continuare a combattere contro la Germania nazista. Senza quel flusso continuo di rifornimenti, la tenuta del fronte orientale sarebbe stata molto più incerta.
È in questo spazio che entrano in scena i soldati ebrei. Non formano un’unità unica, non combattono sotto una sola bandiera, ma sono disseminati tra le file britanniche e sovietiche, impegnati in ruoli diversi, spesso decisivi. Alcuni operano come ufficiali di collegamento, altri nella logistica, altri ancora nei servizi di intelligence. La loro presenza riflette la realtà più ampia di circa un milione e mezzo di combattenti ebrei che parteciparono allo sforzo bellico alleato.
Le loro storie, quando emergono, hanno una densità particolare. Robert Barr, nato in Europa centrale e poi emigrato in Palestina mandataria, si ritrova in Iran a coordinare il trasferimento di equipaggiamenti tra britannici e sovietici. Zvi Zueri, agricoltore e insegnante, diventa censore militare lungo la stessa rotta, prima di tornare a combattere nella guerra d’indipendenza israeliana, dove perderà la vita nel 1948. Le loro traiettorie raccontano un passaggio continuo tra guerra mondiale e nascita dello Stato di Israele, come se quel fronte lontano fosse già un’anticipazione di ciò che sarebbe venuto dopo.
Un altro nome, meno noto ma centrale, è quello di Reuven Blum. Arrivato giovanissimo in Medio Oriente, si forma come tecnico radio e viene inviato in Iran nell’ambito delle strutture di intelligence britanniche. Quel passaggio segna l’inizio di un percorso che lo porterà, anni dopo, a guidare un’unità destinata a diventare uno dei pilastri dell’intelligence israeliana, la futura 8200. È un esempio concreto di come le competenze acquisite in guerra si trasformino in infrastrutture permanenti di sicurezza.
Accanto a questi percorsi, si muove anche la dimensione dei rifugiati. L’Iran diventa un corridoio umano oltre che militare. Decine di migliaia di polacchi, tra cui molti ebrei, attraversano il Paese fuggendo dall’Europa orientale. Alcuni di loro si fermano, altri proseguono verso la Palestina o verso altri territori sotto controllo britannico. Tra questi bambini e adolescenti, i cosiddetti “figli di Teheran”, si trovano persone che avranno un ruolo nella futura società israeliana. Il corridoio persiano non è soltanto una linea logistica, è una via di salvezza.
Tutto questo avviene mentre l’Iran vive una fase contraddittoria. Sotto i Pahlavi, gli ebrei iraniani godono di condizioni relativamente migliori rispetto ad altre realtà della regione, con spazi di autonomia culturale e opportunità economiche. Allo stesso tempo, il Paese è attraversato da tensioni interne, da pressioni esterne e da un equilibrio fragile tra modernizzazione e autoritarismo.
Guardare a quel periodo oggi significa cogliere una continuità storica che raramente viene messa a fuoco. L’Iran non è stato soltanto un attore marginale nella guerra mondiale, ma un punto di passaggio cruciale, un crocevia in cui si sono incrociati interessi strategici, rotte energetiche, operazioni militari e destini individuali. E dentro questo intreccio, i soldati ebrei hanno svolto un ruolo concreto, operativo, spesso invisibile ma decisivo.
La memoria di queste storie non è un esercizio accademico. Ricorda che le linee del conflitto cambiano, che gli alleati di ieri possono diventare avversari, e che i territori che oggi leggiamo attraverso una lente geopolitica rigida sono stati, in altri momenti, spazi di cooperazione forzata e di convergenza strategica. In quel passaggio, tra Persia e Iran, tra guerra mondiale e nascita di Israele, si intravede già una parte del presente.
Iran nella Seconda Guerra Mondiale, quando anche soldati ebrei combattevano sul suolo persiano