A Firenze, al Maggio Musicale Fiorentino, The Death of Klinghoffer torna in scena e riapre una ferita che non si è mai davvero chiusa, perché non riguarda soltanto un’opera, né soltanto la figura di Luca Guadagnino, ma il modo in cui una parte del nostro spazio pubblico ha imparato a trattare la realtà. Intorno allo spettacolo si accendono proteste (“vuoi rappresentare la resistenza palestinese in terrorismo”), si alzano voci, si costruisce il solito campo di tensione in cui tutto viene risucchiato dentro una dinamica già nota, dove non si discute più per capire ma per occupare, segnare e imporre una lettura. In mezzo a questo rumore, il fatto originario rischia di sparire: Leon Klinghoffer era un uomo invalido, ebreo, assassinato durante il dirottamento dell’Achille Lauro e gettato in mare. Un fatto nudo, semplice nella sua brutalità, che dovrebbe imporre almeno una pausa, un momento di silenzio e magari anche una misura (anche se non si può chiedere tanto a tanti).
Accade il contrario e questo scarto ci spiega bene dove siamo arrivati. Guadagnino si muove con una prudenza che non ha nulla di artistico, perché appartiene a un altro ordine di necessità, e prova a mettere al riparo il suo lavoro da una tempesta prevedibile, chiarendo che non si tratta di un’operazione politica, evocando dimensioni culturali e religiose, chiamando in causa perfino il Corano come se bastasse questo a garantire una sorta di immunità preventiva. Non è una scelta di campo, è un riflesso, ed è difficile persino giudicarlo, perché chiunque oggi si muova in questo terreno sa che basta un dettaglio, una parola, un’intonazione per essere travolto ed esiliato. Il punto, però, non è tanto la cautela del registama il fatto che quella cautela sia diventata necessaria, quasi obbligata, come se l’arte dovesse presentarsi con un certificato di neutralità prima ancora di esistere.
Attorno a questa precauzione si dispiega un meccanismo molto più radicale, che non ha più bisogno di giustificarsi perché si è ormai normalizzato. Le proteste pro-pal non si fermano davanti alla materia che hanno davanti, non si interrogano su ciò che rappresenta, non accettano di stare dentro una complessità che richiederebbe almeno uno sforzo di comprensione, ma agiscono secondo uno schema automatico, in cui ogni episodio viene immediatamente tradotto in occasione, in leva, in argomento utile. In questo processo, la figura di Klinghoffer viene progressivamente svuotata, ridotta a funzione, trasformata in un elemento da inserire dentro una trama già costruita altrove, dove il dolore non ha più una sua autonomia ma viene selezionato, filtrato, riordinato.
Qui si tocca un punto che va oltre la polemica contingente e riguarda una deformazione più profonda. Esiste ormai una gerarchia implicita delle vittime, una scala che non viene mai dichiarata ma che orienta ogni reazione, ogni parola, ogni indignazione. Alcune morti impongono rispetto, altre possono essere discusse, rielaborate, perfino utilizzate come strumenti retorici. Quando la vittima è ebrea, questo slittamento si fa più evidente, perché apre uno spazio di libertà che altrove non esiste, uno spazio in cui si può relativizzare, spostare il fuoco, introdurre contesti, giustificazioni, narrazioni concorrenti senza che questo produca un vero scandalo.
Il teatro, che dovrebbe essere il luogo dove la realtà viene interrogata, restituita, complicata, diventa così il punto in cui questa dinamica si rende visibile in modo quasi didascalico. Non tanto perché lo spettacolo lo imponga, ma perché ciò che accade intorno lo trasforma in un campo di battaglia simbolico, dove ciascuno arriva con la propria posizione già definita e non ha alcuna intenzione di metterla in discussione. L’opera allora non apre uno spazio, ma lo subisce. E chi la firma si trova costretto a difendersi prima ancora di poter parlare.
Il risultato è difficile da ignorare, anche se molti preferiscono farlo, perché è più comodo restare dentro il proprio schema. Un uomo ucciso diventa materiale disponibile, un artista anticipa le accuse per provare a neutralizzarle, una parte dello spazio pubblico si attiva non per comprendere ma per utilizzare. Non si tratta più di un incidente, né di una deviazione temporanea, ma di una condizione stabile, dentro la quale tutto sembra funzionare senza attriti, come se fosse naturale che le cose vadano così.
Se c’è un punto dell’abisso, non è nemmeno nella violenza originaria che ha tolto la vita a Klinghoffer, ma nella facilità con cui quella violenza viene riassorbita, riorganizzata, resa funzionale a qualcos’altro. È questa normalità che colpisce, più ancora del resto, perché segnala il modo in cui abbiamo imparato a guardare questi avvenimenti. E quando anche il teatro, che dovrebbe resistere a queste semplificazioni, finisce per essere trascinato dentro lo stesso meccanismo, allora diventa difficile fingere che si tratti solo di una polemica passeggera. Qui c’è qualcosa che riguarda la nostra capacità di distinguere, di riconoscere e di fermarci, capacità, oggi, appare sempre più fragili.
L’opera sotto assedio, la coscienza sotto vuoto