All’Università di Glasgow il sionismo diventa materia da «affrontare». È questo il verbo scelto per un incontro promosso dalla società islamica dell’ateneo scozzese, intitolato «Che cos’è il sionismo e come affrontarlo», che ha suscitato la protesta dell’Union of Jewish Students, l’organizzazione che rappresenta gli studenti ebrei nel Regno Unito. Una scelta lessicale tutt’altro che innocente, soprattutto in un ambiente universitario nel quale il confronto sulle idee dovrebbe cominciare dalla conoscenza, anziché dall’individuazione di un avversario da combattere.
Tra i partecipanti annunciati figuravano Ghassan Abu-Sittah, chirurgo palestinese e rettore dell’università, e l’avvocato Franck Magennis, già coinvolto nell’azione legale contro la decisione britannica di mettere al bando Hamas. La partecipazione a un procedimento giudiziario, naturalmente, non implica alcuna adesione alle posizioni del soggetto difeso. Resta tuttavia significativo il profilo politico e culturale dell’iniziativa, soprattutto considerando il clima che si respira da tre anni nei campus britannici.
L’Union of Jewish Students ha espresso forte preoccupazione per le conseguenze che un appuntamento del genere potrebbe avere sulla sicurezza e sulla serenità degli studenti ebrei. L’università, dal canto suo, ha richiamato il principio della libertà di espressione, accompagnandolo con l’impegno a garantire il rispetto di tutti gli appartenenti alla comunità accademica.
La questione, però, va oltre la legittimità formale di una conferenza. Il sionismo è un movimento politico e nazionale nato nell’Ottocento, attraversato da correnti differenti, che ha sostenuto il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria terra storica. Lo si può studiare, contestare, criticare nelle sue diverse espressioni. Presentarlo agli studenti come qualcosa da «affrontare» introduce invece una premessa conflittuale che rischia di trasformare una discussione storica e politica in una mobilitazione ideologica.
Il problema diventa particolarmente delicato quando si considera che, per una parte importante degli ebrei, il legame con Israele costituisce un elemento della propria identità collettiva, anche in presenza di opinioni profondamente diverse sui governi israeliani e sulle loro decisioni. Trattare il sionismo come un bersaglio politico indistinto può dunque avere conseguenze che investono direttamente la vita degli studenti ebrei, soprattutto quando il confine tra critica a uno Stato e ostilità verso chi vi si riconosce diventa sempre più incerto.
Abu-Sittah è una figura controversa nel dibattito pubblico britannico. Va ricordato, per correttezza, che un tribunale disciplinare medico ha ritenuto non dimostrate alcune accuse precedentemente formulate nei suoi confronti. Questo elemento è importante quanto la necessità di valutare con attenzione il contenuto e gli obiettivi dell’incontro, evitando di attribuire ai partecipanti dichiarazioni che ancora non sono state documentate.
Rimane una domanda alla quale l’Università di Glasgow dovrebbe rispondere. Quale spazio viene riservato, all’interno di iniziative di questo genere, agli studenti ebrei che si riconoscono nel sionismo? E quale possibilità hanno di intervenire senza sentirsi preventivamente collocati dalla parte di chi deve essere contrastato?
La libertà accademica si misura anche dalla capacità di ospitare posizioni radicalmente opposte, garantendo che nessuno venga intimidito per le proprie convinzioni. Glasgow ha il diritto di discutere il sionismo, anche nelle forme più critiche. Ha contemporaneamente la responsabilità di impedire che il confronto si trasformi in una nuova occasione di isolamento per gli studenti ebrei. Sarà il modo in cui l’ateneo eserciterà questa responsabilità a rivelare quanto valgano, nella pratica, i principi che dichiara di difendere.

