Home > In evidenza > A Stoccolma il negozio ‘Judenrein’

A Stoccolma il negozio ‘Judenrein’

Un artista svedese affianca alla scritta contro Israele un richiamo al linguaggio nazista. Scoppia la polemica, rimossi entrambi i cartelli

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
A Stoccolma il negozio ‘Judenrein’
Iimmagine generata con AI

Un cartello con la scritta Judenfrei – «Zona libera da ebrei» – e una stella di David è comparso sulla vetrina di un negozio di scarpe a Stoccolma, accanto a un altro che proclamava «Zona libera dall’apartheid» accompagnato da una mappa di Israele. Le immagini, diffuse sui social, hanno suscitato indignazione e riaperto il dibattito sull’antisemitismo in Svezia. Dopo le proteste, il proprietario del negozio ha rimosso entrambi i cartelli.

L’episodio presenta tuttavia una particolarità importante. L’autore della scritta contro gli ebrei è Dan Park, controverso artista di strada svedese, che ha dichiarato di averla affissa per rendere esplicito quello che, a suo giudizio, era il significato del messaggio contro Israele già esposto dal commerciante. Una provocazione deliberata, dunque, costruita attraverso il richiamo a una delle espressioni più sinistre della persecuzione nazista.

Park è noto da anni per opere che utilizzano simboli del nazismo e immagini provocatorie. Nel 2009 fu arrestato dopo aver collocato davanti alla sede della comunità ebraica di Malmö un’installazione contenente una svastica e un riferimento allo Zyklon B, il gas impiegato nei campi di sterminio. In un’altra sua opera aveva raffigurato Hitler con una corona di spine, accompagnato dalla frase «È morto per i nostri peccati». L’artista respinge le accuse di razzismo e antisemitismo, sostenendo di voler provocare una riflessione attraverso immagini scioccanti.

Il riferimento storico evocato dal cartello di Stoccolma è Judenrein – ‘ripulito dagli ebrei’ – termine utilizzato dai nazisti per indicare territori e località dai quali la popolazione ebraica era stata espulsa, deportata o eliminata. La sua ricomparsa nello spazio pubblico europeo, anche sotto forma di provocazione, ha inevitabilmente suscitato reazioni.
Sasha Roitman, amministratore delegato del Movimento per la lotta all’antisemitismo, ha ricordato che sono trascorsi 81 anni dalla sconfitta della Germania nazista e ha denunciato il ritorno di quel linguaggio nelle strade europee. Secondo Roitman, l’accostamento dei due cartelli dimostra quanto facilmente l’ostilità verso Israele possa trasformarsi in una giustificazione dell’antisemitismo.

Anche l’ambasciatrice israeliana in Svezia, Tammy Rahamimoff-Honig, è intervenuta sulla vicenda, osservando che, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore della provocazione, l’intera controversia rivela quanto l’antisemitismo sia diventato socialmente tollerabile. La diplomatica ha chiesto tolleranza zero verso ogni sua manifestazione.

La vicenda solleva una questione che riguarda l’intera Europa. La critica alle politiche di un governo è parte integrante della libertà di espressione, mentre l’esclusione di persone sulla base della loro identità religiosa o nazionale appartiene a una dimensione radicalmente diversa. L’accostamento voluto da Park, per quanto discutibile nei mezzi, ha portato proprio questa distinzione al centro della polemica.

Resta inoltre aperto il problema dell’uso di immagini e formule che richiamano la segregazione per esprimere posizioni sul conflitto israelo-palestinese. In un continente segnato dalla Shoah, il peso storico delle parole dovrebbe imporre particolare attenzione, soprattutto quando esse compaiono negli spazi della vita quotidiana.

I due cartelli sono scomparsi dalla vetrina. La discussione che hanno provocato, invece, riguarda una domanda destinata a ripresentarsi ogni volta che l’ostilità politica verso Israele incontra simboli e stereotipi della persecuzione antiebraica. Dove termina la protesta e dove comincia la discriminazione?