Home > In evidenza > Psicologi americani, l’antisemitismo scuote l’APA

Psicologi americani, l’antisemitismo scuote l’APA

Un rapporto del Congresso denuncia ostilità verso gli ebrei, minimizzazione del 7 ottobre e resistenze al riconoscimento degli psicologi ebrei come minoranza

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Psicologi americani, l'antisemitismo scuote l'APA
Iimmagine generata con AI

L‘American Psychological Association, la più importante organizzazione professionale degli psicologi statunitensi, è finita al centro di un’inchiesta parlamentare che denuncia episodi di antisemitismo, ostilità verso i propri iscritti ebrei e una preoccupante indulgenza nei confronti di Hamas. Il rapporto, pubblicato il 29 ottobre dalla Commissione Istruzione e Lavoro della Camera dei Rappresentanti, ricostruisce attraverso comunicazioni interne il comportamento dei vertici dell’associazione dopo il massacro del 7 ottobre 2023.

Il documento, lungo 24 pagine e prodotto dalla commissione a maggioranza repubblicana, solleva interrogativi particolarmente gravi per un’istituzione che riunisce oltre 190.000 professionisti e svolge un ruolo centrale nella ricerca psicologica e nella formazione degli specialisti della salute mentale.

Uno degli episodi più significativi riguarda la preparazione della dichiarazione ufficiale sugli attacchi di Hamas. Secondo il rapporto, i dirigenti dell’APA consultarono l’American Arab, Middle Eastern, and North African Psychological Association, un’organizzazione che aveva descritto l’assalto contro Israele come una forma di resistenza. I suoi rappresentanti chiesero di eliminare l’espressione «attacchi terroristici» e di riequilibrare il comunicato introducendo riferimenti alle sofferenze palestinesi. La dichiarazione dell’APA evitò effettivamente di qualificare gli attacchi come terrorismo.

Le comunicazioni raccolte dalla commissione mostrano inoltre come le preoccupazioni degli psicologi ebrei siano state talvolta accolte con insofferenza. Nel 2025, dopo alcune segnalazioni di antisemitismo, dirigenti dell’associazione risposero con espressioni di esasperazione. Anche le iniziative dell’Anti-Defamation League, organizzazione impegnata nel contrasto all’odio antiebraico, incontrarono resistenze, mentre alcuni responsabili manifestavano solidarietà verso esponenti dell’attivismo antisionista.

Particolarmente controversa è stata la discussione sul riconoscimento di un’associazione professionale degli psicologi ebrei, analoga a quelle già esistenti per altre minoranze. Diversi membri dell’APA si opposero sostenendo che gli ebrei, considerati prevalentemente bianchi, godrebbero di privilegi incompatibili con lo status di gruppo marginalizzato. Nell’agosto 2026 il voto sulla proposta è stato rinviato per la seconda volta.

La questione rivela un problema che supera i confini dell’associazione. Quando l’appartenenza a una minoranza viene valutata esclusivamente attraverso categorie razziali americane, la specificità storica dell’esperienza ebraica rischia di scomparire. Secoli di persecuzioni, culminati nella Shoah, diventano irrilevanti di fronte a una classificazione fondata sul colore della pelle.

La vicenda ha assunto anche una dimensione istituzionale. Un organismo consultivo del dipartimento dell’Istruzione americano ha raccomandato la sospensione per un anno del riconoscimento federale della commissione di accreditamento dell’APA, sollevando preoccupazioni per l’antisemitismo nei programmi di formazione. La decisione definitiva spetta alle autorità federali.

L’associazione respinge le conclusioni dell’inchiesta. La presidente Wendi Williams e l’amministratore delegato Arthur Evans hanno ribadito la condanna di ogni forma di antisemitismo, ricordando gli incontri organizzati con oltre 120 psicologi ebrei e le iniziative avviate per affrontare le loro preoccupazioni. Nel febbraio scorso l’APA aveva inoltre approvato una risoluzione contro l’antisemitismo. Per l’Anti-Defamation League, tuttavia, le misure adottate restano insufficienti. L’organizzazione chiede un’indagine indipendente e interventi concreti a tutela dei professionisti ebrei.

La controversia investe così la credibilità di un’istituzione chiamata, per sua stessa missione, a comprendere i meccanismi del pregiudizio e le conseguenze psicologiche della discriminazione. Il rischio, secondo i suoi critici, è che convinzioni ideologiche e appartenenze politiche finiscano per condizionare perfino il riconoscimento della sofferenza delle vittime. Un problema particolarmente delicato per chi esercita una professione fondata sull’ascolto e sulla cura.