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Siria. Le curde che hanno sconfitto l’ISIS. E ora?

Le combattenti curde delle YPJ chiedono un posto nelle nuove forze di sicurezza siriane. Damasco ha respinto l’ipotesi di una brigata femminile autonoma. Dopo anni di guerra contro lo Stato Islamico, oltre 1.500 donne temono di essere escluse dal nuovo ordine

Rosa Davanzo

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Siria. Le curde che hanno sconfitto l’ISIS. E ora?
Iimmagine generata con AI

Sono state uno dei simboli più riconoscibili della guerra contro lo Stato Islamico. Donne curde in uniforme, spesso giovanissime, armate nei villaggi e nelle città della Siria settentrionale mentre l’ISIS costruiva il proprio califfato e riduceva altre donne in schiavitù. Oggi quelle combattenti hanno un problema molto diverso: trovare un posto nella Siria che sta cercando di ricostruire le proprie istituzioni.

Più di 1.500 appartenenti alle YPJ, le Unità di protezione delle donne curde, chiedono di essere incorporate nelle nuove strutture di sicurezza siriane. Damasco, tuttavia, ha respinto la loro proposta di entrare nell’esercito mantenendo una formazione femminile autonoma, sotto forma di brigata o battaglione.

A raccontare la situazione è stata Nowruz Ahmed, comandante delle YPJ, spiegando che la richiesta nasce dall’esperienza militare accumulata dalle sue combattenti durante lunghi anni di guerra. Le YPJ vorrebbero mettere quelle competenze al servizio del nuovo Stato siriano conservando però la propria struttura organizzativa.

La questione è diventata particolarmente delicata dopo l’integrazione delle Forze democratiche siriane, le SDF a guida curda e sostenute dagli Stati Uniti durante la guerra contro l’ISIS, nelle nuove forze armate di Damasco. Il comandante delle SDF Mazloum Abdi ha annunciato il 25 agosto la fine dell’organizzazione come forza militare indipendente. L’accordo prevede che il personale militare e di sicurezza venga assorbito nei ministeri della Difesa e dell’Interno dopo controlli individuali. Ed è qui che nasce il problema delle donne.

Le combattenti delle YPJ temono che per gli uomini delle SDF sia stato trovato un percorso di integrazione, mentre per loro le porte possano chiudersi. «Quando sentiamo che gli uomini saranno integrati nell’esercito mentre a noi viene detto che non c’è posto, è naturale sentirsi escluse», ha spiegato una combattente curda che si è presentata con il nome di Hevrin Jwan. «Non abbiamo portato le armi per un breve periodo. Abbiamo combattuto e ci siamo addestrate per anni».

Le YPJ stanno ora discutendo una possibile soluzione alternativa: l’ingresso nelle forze speciali dipendenti dal ministero dell’Interno. Anche in questo caso chiedono però di essere incorporate come un’unica formazione, senza essere disperse individualmente in reparti diversi.La richiesta ha un significato che supera la semplice collocazione professionale di 1.500 ex combattenti.

Le YPJ nacquero nel 2013, nel pieno della guerra civile siriana, e divennero celebri soprattutto durante la battaglia di Kobane. Combatterono poi insieme alle SDF nelle campagne che strapparono allo Stato Islamico vaste zone della Siria settentrionale e orientale. Per l’ISIS trovarsi di fronte donne armate rappresentava anche una sconfitta simbolica: il movimento jihadista che aveva imposto alle donne uno dei regimi più feroci e oppressivi del nostro tempo veniva combattuto sul terreno proprio da reparti femminili. Quelle immagini fecero il giro del mondo e trasformarono le combattenti curde in un’icona internazionale. Dietro le fotografie, però, c’erano anni di addestramento, combattimenti e perdite.

Ora la guerra che le aveva rese indispensabili è finita e la Siria deve affrontare un problema che accompagna quasi tutte le transizioni successive a una guerra civile: chi conserverà le armi, chi entrerà nelle nuove istituzioni e quale spazio sarà concesso alle formazioni che durante il conflitto hanno conquistato autonomia politica e militare.

Per Damasco la priorità è ricostruire un comando statale unitario, evitando la sopravvivenza di eserciti paralleli. Per le YPJ, invece, sciogliere completamente la propria struttura significherebbe perdere qualcosa che va oltre l’autonomia militare: l’esperienza di una forza composta e guidata da donne in una regione nella quale la loro presenza nelle strutture armate e di potere resta tutt’altro che scontata.

La domanda riguarda quindi anche quale Siria nascerà dopo la guerra. Le combattenti curde temono che il nuovo ordine possa assorbire gli uomini che hanno combattuto contro l’ISIS e lasciare ai margini le donne che hanno combattuto accanto a loro.Il paradosso è difficile da ignorare. Quando lo Stato Islamico avanzava, quelle donne servivano. Quando bisognava difendere Kobane, servivano. Quando bisognava riconquistare territorio al califfato, servivano. Adesso che bisogna costruire la nuova Siria, oltre 1.500 di loro aspettano ancora di sapere se servono.