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Un tunnel a cinque metri dalla barriera di Gerusalemme

Scoperto vicino a Givat Ze’ev un passaggio clandestino scavato dalla Cisgiordania. La polizia avverte che può servire anche a terroristi e al traffico di armi

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Un tunnel a cinque metri dalla barriera di Gerusalemme
Iimmagine generata con AI

Mancavano appena cinque metri. Un tunnel scavato nei pressi di al-Jib, a nord-ovest di Gerusalemme, era ormai arrivato a ridosso della barriera di sicurezza che separa quella zona della Cisgiordania dal territorio israeliano. L’ingresso era stato accuratamente nascosto all’interno di un’antica cisterna ormai asciutta. La polizia di frontiera e le forze dell’IDF lo hanno sigillato dopo un’operazione di sorveglianza che ha portato anche all’arresto di un uomo sorpreso con attrezzi da scavo.

Il tunnel era stato individuato il 28 agosto nelle vicinanze di Givon e Givat Ze’ev. Gli uomini della polizia di frontiera avevano deciso di non intervenire immediatamente, mantenendo invece sotto osservazione l’area per capire chi utilizzasse il passaggio e come procedessero i lavori. La scelta ha permesso di sorprendere un giovane mentre scavava sul lato palestinese. L’ispezione successiva ha mostrato che i lavori erano ormai in una fase avanzata.

Il colonnello Eliahu Tubul, comandante del battaglione settentrionale della polizia di frontiera responsabile dell’area di Gerusalemme, ha spiegato a Ynet che episodi del genere vengono considerati innanzitutto come una minaccia alla sicurezza. Molti passaggi clandestini vengono utilizzati da palestinesi che cercano di raggiungere illegalmente Israele per lavorare, ma la stessa infrastruttura, ha ricordato l’ufficiale, può essere sfruttata per infiltrare terroristi o trasferire armi.

Il precedente del 7 ottobre rende inevitabile una valutazione del rischio molto più severa. Anche perché quello di al-Jib non sarebbe un caso isolato. Secondo Tubul, circa dieci mesi fa le forze di sicurezza avevano scoperto un altro tunnel scavato attraverso un condotto fognario e diretto oltre la barriera. Più recentemente sono state individuate attività di scavo nell’area di Qalandiya, mentre a Kafr Aqab alcuni agenti, dopo avere notato un deterioramento della barriera e udito rumori provenienti dal sottosuolo, sono entrati in un passaggio e hanno arrestato due sospetti.

Dietro queste attività esiste anche un’economia clandestina. Le organizzazioni che gestiscono l’ingresso illegale di palestinesi in Israele chiederebbero, secondo la polizia, tra gli 800 e i 1.200 shekel a persona. In passato bastavano spesso una scala appoggiata alla barriera o la conoscenza di un punto meno sorvegliato. Il rafforzamento dei controlli, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ha reso quei sistemi più rischiosi e spinto i trafficanti a cercare soluzioni differenti.

Le modalità scoperte negli ultimi anni mostrano una continua capacità di adattamento. Persone travestite per eludere i controlli, nascoste nei camion dei rifiuti o all’interno di vani ricavati nei veicoli, fino ai tunnel scavati sfruttando fognature, cisterne abbandonate e terreni particolarmente friabili. La drastica riduzione dell’ingresso dei lavoratori palestinesi in Israele dopo il massacro di Hamas ha aumentato la domanda di questi passaggi clandestini e, con essa, il valore economico delle reti che li organizzano.

Per le forze di sicurezza la distinzione tra immigrazione clandestina per motivi di lavoro e minaccia terroristica diventa però difficile da accettare sul piano operativo. Un percorso capace di far passare un lavoratore può consentire l’ingresso di un uomo armato e può essere utilizzato nella direzione opposta per il traffico di materiale bellico. Per questo l’area della barriera viene controllata con pattugliamenti a piedi, telecamere e droni, prestando particolare attenzione a pozzi, condotte e terreni nei quali sia relativamente facile scavare.

Il tunnel di al-Jib è stato chiuso prima di raggiungere la barriera. Cinque metri, in questo caso, hanno separato un tentativo di infiltrazione scoperto in tempo da un nuovo passaggio verso Israele. È una distanza minima, che spiega meglio di molte dichiarazioni perché, a quasi tre anni dal 7 ottobre, ogni buco nel terreno lungo quel confine venga ormai guardato come una possibile falla nella sicurezza del Paese.