In Israele i corsi di Krav Maga (letteralmente: combattimento a contatto) continuano a riempirsi e, a quasi tre anni dal 7 ottobre, l’interesse per la disciplina resta alto. Palestre affollate, liste d’attesa e nuovi iscritti raccontano una conseguenza meno visibile del trauma provocato dal massacro di Hamas. Sempre più israeliani vogliono sapere come reagire di fronte a un’aggressione e, soprattutto, come proteggere i propri familiari.
Il fenomeno era emerso con grande evidenza già nelle settimane successive al 7 ottobre 2023. Avi Moyal, presidente dell’International Krav Maga Federation, aveva allora registrato un aumento delle iscrizioni del 40 per cento. Quello che poteva apparire come una reazione immediata allo shock si è trasformato in una domanda più duratura, alimentata dalla sensazione di vulnerabilità lasciata dall’attacco e dagli anni di guerra che sono seguiti.
È cambiato anche il profilo di chi si presenta agli allenamenti. Accanto agli appassionati di arti marziali ci sono molte donne, genitori che vogliono essere in grado di difendere i figli e componenti delle squadre civili di sicurezza create o rafforzate nelle diverse località israeliane. Per una parte degli iscritti imparare tecniche di autodifesa significa anche recuperare una sensazione di controllo dopo un evento che ha mostrato quanto rapidamente una situazione apparentemente normale possa trasformarsi in un’emergenza.
Gli stessi corsi si sono adeguati. Alcune esercitazioni riproducono situazioni che, dopo il 7 ottobre, hanno smesso di appartenere soltanto agli scenari teorici. Si simula l’ingresso di un aggressore in un’abitazione, un attacco armato, un tentativo di prendere ostaggi oppure la necessità di mettere al sicuro un familiare mentre si cerca di neutralizzare una minaccia. Esistono inoltre programmi specifici destinati ai soldati e alle squadre civili incaricate della protezione delle comunità.
Il Krav Maga, del resto, è nato proprio con questa filosofia. Sviluppato in Israele a partire dal metodo elaborato da Imi Lichtenfeld, divenne un sistema di combattimento utilizzato dalle forze armate israeliane e successivamente si diffuse anche tra i civili e all’estero. La sua caratteristica essenziale è l’assenza della dimensione agonistica propria di molte arti marziali. Non ci sono punti da conquistare o regole sportive da rispettare durante un’aggressione reale. Lo scopo è reagire rapidamente, neutralizzare il pericolo e riuscire ad allontanarsi.
Per questo le tecniche vengono concepite per essere relativamente semplici da apprendere e utilizzabili anche sotto forte stress. Gli istruttori lavorano sui riflessi e sulla capacità di prendere decisioni in pochi secondi, perché in una situazione reale la preparazione fisica serve soltanto se il praticante riesce a superare il primo momento di paura e disorientamento.
In Israele tutto questo ha oggi un significato particolare. Il 7 ottobre ha inciso profondamente sulla percezione della sicurezza individuale e collettiva, mostrando a migliaia di civili che, almeno per alcuni minuti decisivi, potrebbero trovarsi a dover contare sulle proprie capacità prima dell’arrivo delle forze di sicurezza.
L’aumento delle iscrizioni ai corsi racconta dunque qualcosa che va oltre il successo di una disciplina israeliana ormai praticata in tutto il mondo. È il segno di una società che ha imparato nel modo più doloroso quanto possa essere sottile la distanza tra sentirsi al sicuro ed essere costretti, improvvisamente, a difendersi da soli.