Il governo britannico si prepara ad annunciare oggi un divieto all’importazione di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, accompagnato da possibili misure contro aziende coinvolte nella loro costruzione. Sarebbe il passo più duro compiuto finora da Londra sul terreno economico nei confronti della politica israeliana oltre la Linea Verde e segnerebbe un ulteriore deterioramento dei rapporti tra i due Paesi.
Il ministro degli Esteri Ed Miliband dovrebbe illustrare il pacchetto alla Camera dei Comuni, dopo avere anticipato nei giorni scorsi una risposta «complessiva» all’espansione degli insediamenti e, in particolare, al progetto E1, a est di Gerusalemme. Il governo britannico considera quell’area decisiva per la possibilità di creare in futuro uno Stato palestinese territorialmente continuo e ritiene che l’espansione israeliana comprometta definitivamente la soluzione dei due Stati.
Secondo le anticipazioni circolate a Londra, il provvedimento riguarderà i beni prodotti negli insediamenti e potrebbe essere esteso ad alcuni servizi e alle imprese direttamente impegnate nella loro costruzione. I dettagli operativi dovranno essere definiti e una parte delle misure potrebbe richiedere un intervento legislativo.
Dal punto di vista economico l’impatto immediato dovrebbe essere limitato. I prodotti provenienti dagli insediamenti costituiscono infatti una quota molto ridotta degli scambi complessivi tra Regno Unito e Israele, che ammontano a diversi miliardi di dollari l’anno. Il valore politico della decisione è però assai maggiore, perché Londra passerebbe dalle sanzioni contro singoli individui a una misura rivolta direttamente all’attività economica connessa agli insediamenti.
La svolta arriva dopo mesi di crescente pressione britannica su Israele. Londra aveva già imposto sanzioni personali contro il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, accusandoli di avere incoraggiato violenze e dichiarazioni estremiste nei confronti dei palestinesi. Il nuovo provvedimento allarga invece il campo e potrebbe diventare un precedente per altri governi europei.
Al centro dello scontro resta il progetto E1. Il governo israeliano ha recentemente aperto le gare per sette complessi residenziali, per un totale di 1.234 abitazioni, dopo l’approvazione nel 2025 di circa 3.400 nuove unità nella stessa area. E1 si trova tra Gerusalemme e Ma’aleAdumim e la sua edificazione è stata per anni congelata proprio a causa delle pressioni internazionali. Smotrich ha presentato apertamente il progetto come uno strumento destinato a rendere impraticabile la nascita di uno Stato palestinese.
Israele contesta l’impostazione britannica e respinge la qualificazione degli insediamenti come illegali, richiamando i legami storici del popolo ebraico con la Giudea e Samaria e le esigenze di sicurezza. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha già avvertito che Gerusalemme dispone di strumenti per rispondere a eventuali misure punitive.
Le prime reazioni all’interno del governo israeliano sono state ancora più dure. Smotrich ha chiesto l’espulsione dell’ambasciatore britannico, accusando Londra di adottare una politica ostile verso Israele. Ben Gvir ha scelto invece la provocazione diplomatica, invitando il governo israeliano a riconoscere la sovranità argentina sulle isole Falkland, che Buenos Aires chiama Malvinas e che sono sotto controllo britannico dal XIX secolo. Il presidente argentino Javier Milei ha rilanciato sui social il messaggio del ministro israeliano.
Sul tavolo israeliano ci sarebbe anche la possibilità di allontanare rappresentanti britannici dall’International Gaza Support Center di Kiryat Gat, struttura sostenuta dagli Stati Uniti nella quale personale di diversi Paesi collabora alle attività legate alla gestione umanitaria e al futuro della Striscia. Londra ha già avvertito che una decisione del genere danneggerebbe gli sforzi internazionali in corso.
Il governo britannico presenta le nuove misure come parte di una più ampia revisione della propria politica mediorientale, con l’obiettivo dichiarato di difendere la soluzione dei due Stati e aumentare la pressione su Israele sia per la Cisgiordania sia per Gaza. La questione degli insediamenti rischia così di trasformarsi da tema diplomatico in terreno di confronto economico vero e proprio.
La portata concreta del divieto dipenderà dai dettagli che Miliband presenterà oggi. Il passaggio politico, tuttavia, è già evidente. Una delle principali capitali europee sta scegliendo di colpire direttamente i rapporti commerciali con gli insediamenti, mentre Israele lascia intendere che ogni misura avrà una risposta. Dopo mesi di tensioni, il rapporto tra Londra e Gerusalemme entra così in una fase ancora più difficile.