«Grazie per questo apartheid». La provocazione arriva da un cittadino arabo israeliano che ha deciso di fare i conti, letteralmente, con quanto lo Stato di Israele avrebbe investito su di lui e sulla sua famiglia in circa trent’anni. Il risultato, secondo il suo calcolo, raggiunge i 2,5 milioni di shekel tra prestazioni sanitarie, istruzione, sussidi e altre forme di assistenza. A questi si aggiunge quanto ricevuto dalla madre, gravemente malata e disabile, alla quale lo Stato ha garantito per decenni pensione e sostegni per l’abitazione e le spese quotidiane.
La testimonianza, rilanciata dal sito americano Jewish Breaking News, è diventata soprattutto una contestazione dell’accusa di apartheid rivolta sempre più frequentemente a Israele. Il protagonista, del quale la testata non fornisce l’identità né elementi che consentano di verificare autonomamente il calcolo complessivo delle somme ricevute, usa la propria esperienza personale per mettere in discussione una rappresentazione del Paese che considera incompatibile con ciò che lui e la sua famiglia hanno vissuto.
La vicenda individuale acquista interesse perché tocca un aspetto spesso trascurato quando si parla della condizione dei cittadini arabi di Israele. Circa un quinto della popolazione israeliana è araba e possiede la cittadinanza dello Stato, con diritto di voto, accesso al sistema sanitario nazionale e alla previdenza sociale, alle università e agli impieghi pubblici. Arabi israeliani siedono alla Knesset, esercitano la professione medica negli ospedali, insegnano nelle università e fanno parte della magistratura. Nel 2021, per la prima volta, un partito arabo indipendente, Ra’am, entrò persino nella maggioranza che sosteneva il governo.
Questo quadro convive con problemi reali. Le comunità arabe israeliane denunciano da anni disparità nella distribuzione delle risorse, carenze infrastrutturali, difficoltà nel settore edilizio e livelli di criminalità particolarmente elevati. La stessa società israeliana discute apertamente di queste disuguaglianze, che hanno spinto diversi governi ad approvare programmi pluriennali di investimenti destinati alla popolazione araba.
È proprio la coesistenza di diritti civili, welfare pubblico e disuguaglianze a rendere controverso l’uso della parola apartheid. Il termine nasce dall’ordinamento sudafricano che separava per legge la popolazione in base alla razza, privando la maggioranza nera dei diritti politici fondamentali. Applicarlo alla realtà israeliana significa quindi formulare un’accusa molto precisa, sostenuta negli ultimi anni da organizzazioni internazionali e respinta con decisione da Israele, che contesta anche la sovrapposizione tra la condizione dei propri cittadini arabi e quella dei palestinesi dei territori.
L’uomo citato da Jewish Breaking News affronta la questione da una prospettiva molto meno teorica. Ricorda che sua madre, resa invalida dalla malattia, ha potuto contare per circa trent’anni sull’assistenza pubblica e calcola che il sostegno complessivo ricevuto equivalga al valore di una casa. «Lo Stato ha pagato perché potessi vivere dignitosamente e senza dipendere dagli altri o dalla strada», afferma.
Poi allarga il confronto ai Paesi circostanti, chiedendo quale livello di protezione sociale garantiscano ai propri cittadini Egitto, Siria, Iraq, Libano e Iran. È una domanda polemica, che da sola non risolve naturalmente la discussione sui rapporti tra ebrei e arabi in Israele, però mette a fuoco un elemento concreto spesso assente dal dibattito internazionale. Lo Stato israeliano possiede un sistema universalistico di assicurazione sanitaria e un articolato apparato di previdenza e assistenza sociale al quale accedono i cittadini indipendentemente dalla loro appartenenza etnica o religiosa.
La testimonianza resta quella di un singolo individuo e sarebbe scorretto trasformarla nella prova definitiva delle condizioni di oltre due milioni di arabi israeliani. Il suo valore sta altrove. Ricorda che una società complessa come quella israeliana difficilmente entra nelle formule assolute con cui viene descritta all’estero.
Israele ha disuguaglianze da affrontare, tensioni profonde e un rapporto tra maggioranza e minoranza araba che il trauma del 7 ottobre e la guerra hanno reso ancora più delicato. Ridurre tutto alla parola «apartheid» cancella una parte essenziale della realtà, compresa quella di cittadini arabi che votano, studiano, lavorano e ricevono dallo stesso Stato accusato di segregarli pensioni, cure mediche e assistenza sociale. Uno di loro ha deciso di ricordarlo facendo i conti con trent’anni della propria vita.