Mike Huckabee ha scelto una delle località più esposte della Cisgiordania per pronunciare parole che, dette da lui, pesano più del consueto. A TurmusAyya, cittadina palestinese a nord di Ramallah dove una larga parte degli abitanti possiede la cittadinanza americana, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele ha chiesto «conseguenze severe» per i coloni responsabili di aggressioni contro i palestinesi. «Il crimine è crimine, il terrore è terrore», ha detto, attribuendo al governo israeliano la responsabilità di garantire la sicurezza della popolazione.
La presa di posizione acquista un significato particolare per il profilo politico dell’ambasciatore. Pastore battista, già governatore dell’Arkansas, Huckabee è da decenni uno dei sostenitori più convinti di Israele negli Stati Uniti e ha sempre rivendicato il legame storico e biblico del popolo ebraico con Giudea e Samaria, espressione che continua a preferire a Cisgiordania. Proprio per questo la sua denuncia difficilmente può essere liquidata come l’ennesimo attacco politico contro il movimento degli insediamenti.
Secondo Huckabee, gli autori delle violenze rappresenterebbero poche centinaia di persone, una minoranza infinitesimale rispetto alla popolazione israeliana e agli oltre mezzo milione di israeliani che vivono oltre la Linea Verde. Tuttavia sono, nelle sue parole, «alcune centinaia di troppo», perché i loro atti finiscono per proiettare all’estero un’immagine deformata dell’intera società israeliana e producono un danno politico che Gerusalemme farebbe bene a considerare.
La visita arriva dopo settimane di episodi particolarmente gravi. A Qusra, nell’area di Nablus, famiglie palestinesi, tra le quali cittadini americani, hanno denunciato aggressioni e intimidazioni da parte di gruppi di coloni. Huckabee aveva già definito alcuni degli aggressori «terroristi israeliani». Pochi giorni dopo, a Bizzariya, una moschea è stata incendiata e su un muro è comparsa una scritta rivolta direttamente all’ambasciatore, una sorta di risposta provocatoria alla sua condanna. A TurmusAyya, durante la stessa visita diplomatica, Huckabee ha filmato con il proprio telefono alcuni coloni che transitavano nei pressi dell’abitazione che stava visitando.
Il problema ha assunto dimensioni politiche sempre più difficili da ignorare. Le aggressioni contro palestinesi e proprietà palestinesi sono aumentate sensibilmente dopo il 7 ottobre 2023 e hanno provocato crescenti tensioni anche tra apparati israeliani incaricati della sicurezza. Arresti e procedimenti giudiziari rimangono limitati rispetto al numero degli episodi denunciati, mentre nel dibattito israeliano si moltiplicano le accuse contro le autorità per una risposta ritenuta insufficiente.
Per Huckabee la questione riguarda anche gli interessi strategici dello Stato ebraico. Un governo impegnato a difendere Israele dall’accusa internazionale di agire indiscriminatamente contro i palestinesi ha ben poco da guadagnare dalla presenza di gruppi che incendiano proprietà, aggrediscono civili o rivendicano il diritto di espellerli dalle loro terre. La tolleranza verso queste azioni finisce inoltre per offrire argomenti a chi vuole attribuire le responsabilità di una minoranza radicale a centinaia di migliaia di israeliani che con quella violenza nulla hanno a che fare.
Nella stessa giornata l’ambasciatore ha smentito che Israele prepari un trasferimento forzato della popolazione di Gaza, prendendo le distanze dalle proposte avanzate da esponenti dell’estrema destra israeliana. Anche su questo punto Washington sembra voler fissare un confine preciso tra ciò che considera politicamente discutibile e ciò che ritiene inaccettabile.
La novità, dunque, riguarda soprattutto chi pronuncia queste parole. Quando uno degli uomini più vicini alle ragioni ideologiche del movimento degli insediamenti arriva a chiamare terrorismo la violenza commessa da israeliani contro palestinesi, il segnale rivolto a Gerusalemme è difficile da equivocare. Per Israele reprimere quei gruppi significa tutelare l’ordine pubblico, preservare la propria credibilità e impedire a qualche centinaio di estremisti di parlare, con la forza, a nome di un intero Paese.