Le sanzioni contro singoli ministri israeliani o contro i gruppi legati agli insediamenti in Cisgiordania sarebbero soltanto un diversivo. Omar Barghouti, cofondatore del movimento BDS, chiede al governo britannico di andare molto oltre e di interrompere i rapporti con Israele sul piano commerciale, militare, diplomatico e accademico. La richiesta arriva mentre Londra prepara una profonda revisione della propria politica verso lo Stato ebraico e valuta nuove misure riguardanti gli insediamenti.
In un’intervista al Guardian, Barghouti sostiene che limitare le sanzioni ad alcuni esponenti del governo israeliano o alle organizzazioni dei coloni rappresenterebbe una scelta puramente simbolica. Il Regno Unito, secondo il fondatore di BDS, dovrebbe invece sospendere gli scambi commerciali con Israele, imporre un embargo completo sulle armi e interrompere le collaborazioni istituzionali e universitarie.
La posizione di Barghouti conferma l’obiettivo originario del movimento Boycott, Divestment and Sanctions, nato nel 2005 e diventato negli anni una delle principali reti internazionali impegnate nell’isolamento economico, culturale e accademico di Israele. BDS presenta la propria azione come una forma di pressione non violenta ispirata al boicottaggio internazionale del Sudafrica durante l’apartheid. Israele considera invece il movimento una campagna di delegittimazione che, attraverso il boicottaggio generalizzato, finisce per mettere in discussione la stessa legittimità dello Stato ebraico.
L’intervento di Barghouti arriva in un momento particolarmente delicato nei rapporti fra Londra e Gerusalemme. Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha annunciato alla Camera dei Comuni un “reset complessivo” della politica britannica verso Israele, spiegando che il governo intende contrastare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e sta esaminando nuove iniziative economiche.
Tra le possibilità allo studio figura il divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti e l’introduzione di misure per impedire alle imprese britanniche di finanziarne, costruirne o pubblicizzarne di nuovi. Sarebbe un ulteriore irrigidimento della posizione di Londra, che negli ultimi anni ha progressivamente aumentato la pressione sul governo israeliano.
Per Barghouti, tuttavia, distinguere tra Israele e gli insediamenti significa fermarsi molto prima dell’obiettivo perseguito dal BDS. Il movimento chiede infatti che la pressione economica investa direttamente lo Stato israeliano e le istituzioni che intrattengono rapporti con esso. Da qui la richiesta di sospendere anche le relazioni universitarie e culturali, uno degli aspetti più controversi della campagna internazionale di boicottaggio.
Il dibattito sta provocando forti tensioni anche all’interno della comunità ebraica britannica. Il Board of Deputies of British Jews e il Jewish Leadership Council hanno avvertito il governo che misure commerciali contro gli insediamenti potrebbero contribuire a creare un clima ancora più ostile nei confronti degli ebrei britannici. Sul versante opposto, Yachad, organizzazione ebraica britannica di sinistra, sostiene la necessità di un intervento del governo contro quella che considera una progressiva annessione della Cisgiordania.